Storie nere: il delitto di Vicki Danji/14

Storie nere: il delitto di Vicki Danji/14

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Nella mia carriera di giornalista l’omicidio di Vicki Danji è stato in assoluto il più efferato e sconvolgente. Accoltellata e decapitata da due ragazzi minorenni nel suo residence di Platamona, località balneare a 15 chilometri da Sassari. Era il 14 agosto del 1996.

di Gibi Puggioni

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Vicki, donna ungherese di 21 anni, lavorava in un locale notturno. Aveva una relazione sentimentale con Michele Nuvoli da cui pochi mesi prima era nato un bambino, Michele junior. L’uomo, pregiudicato per svariati reati, all’epoca era in carcere per una rapina da 400 milioni compiuta ai danni del Banco di Sardegna.

Nuvoli era sposato con Maria Antonietta Roggio, 39 anni, che viveva nella borgata di Bancali con i suoi due figli. Il marito l’aveva lasciata per Vicki. I rapporti tra i due erano tesi. Secondo quanto emerso dal processo sarebbe stata la moglie a commissionare il delitto, ma la donna ha sempre respinto l’accusa. Francesco e sua madre avevano saputo che Vicki stava rinnovando i documenti d’identità validi per l’espatrio. Si erano allarmati perché sospettavano che il loro rispettivamente marito e padre avesse affidato a lei il bottino della rapina per poi raggiungerla una volta uscito dal carcere.

Arriviamo al fatidico 14 agosto. Francesco Nuvoli, diciassettenne, e un suo amico, Riccardo Pintus, quindicenne, raggiungono Platamona. Suonano alla porta di casa e la donna, che conosce certamente almeno Francesco, apre e li fa accomodare. Quello che succede dopo è stato ricostruito dalla scientifica e grazie alla confessione dei ragazzi. Tra il figlio di Nuvoli e la compagna del padre comincia una discussione. Lui le chiede se è vero che si prepara a lasciare la Sardegna, lei risponde di sì ma solo perché vuol far conoscere alla sua famiglia il piccolo appena nato. “Non ci sono altre motivazioni” dice. Improvvisamente Francesco tira fuori un coltellaccio che nascondeva sotto un giubbotto e colpisce più volte con violenza Vicki fino ad ucciderla. A questo punto sarebbe entrato in scena il complice Riccardo Pintus che secondo la polizia “aveva notevole esperienza nella macellazione di animali”. E’ lui che con l’arma taglia la gola alla donna e poi comincia a disarticolarne la testa dalle vertebre. Finita l’orrenda operazione, Francesco afferra la testa della donna, la mette dentro una busta di plastica e insieme a Riccardo Pintus si avviano verso casa Roggio. Il complice del delitto, vicino di casa di Francesco Nuvoli, scende prima, l’omicida prosegue invece verso la sua abitazione. Deve compiere l’ultimo atto di questo terribile delitto: mostrare la testa mozzata di Vicki a sua madre dimostrandole così che vendetta era stata fatta, come lei, secondo l’accusa, gli avrebbe chiesto di fare.

 

Dagli atti processuali si apprende che in casa viveva anche l’altra figlia di Nuvoli e Roggio, Barbara, 19 anni. Sei mesi dopo racconterà alla polizia di aver visto il fratello mostrare la testa di Vicki alla madre. Una testimonianza schiacciante. Per la ragazza però sarà un colpo terribile sul piano psicologico che condizionerà per sempre la sua vita. Lasciò casa e si trasferì a Genoni in un istituto gestito da suore accolta con grande affetto. Barbara aveva anche ripreso gli studi nelle scuole superiori di Villamar. Qualche anno dopo chiede ed ottiene dalla Procura l’autorizzazione ad incontrare il fratello Francesco rinchiuso in un carcere minorile. Di quel dialogo non ha mai voluto parlare con nessuno. Il 5 maggio del 2000 Barbara viene trovata morta nel suo letto, stroncata da un evento improvviso, forse un ictus.

I responsabili del delitto di Vicki Danij sono stati condannati in via definitiva. Per l’efferatezza del crimine, il Tribunale dei minori ha inflitto a Francesco Nuvoli 19 anni di reclusione; a Riccardo Piras 8 anni e sei mesi. Maria Antonietta Roggio, che aveva sempre negato di essere la mandante del delitto, viene condannata dalla Corte d’Assise di Sassari a 25 anni di reclusione. Il 26 novembre del 1990 la Corte d’Assise d’Appello, riconoscendole l’aggravante della crudeltà e del vilipendio del cadavere, le ha inflitto il massimo della pena, l’ergastolo.

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