Sassari da Amare: la storia di villa Caria/11

Sassari da Amare: la storia di villa Caria/11

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Cammina cammina, Sassari da Amare si ferma in viale Caprera davanti alla bella villa Caria, poi Pozzo. A raccontarne la storia, il sempre più appassionante Marco Atzeni.

 

Testo e ricerca storica di Marco Atzeni in collaborazione con Luigi “Luisito” Bozzo Caria.
(grazie anche a Paolo Ardisson, Angela Chessa e Fabio Ladinetti)

 

La maestosa villa alla fine di viale Caprera fu voluta nel 1927 da Francesco Caria che era a capo dell’azienda casearia di famiglia che lui ed i suoi fratelli avevano ereditato a metà anni ’20 dal padre. Quando il fondatore Salvatore Caria la lasciò ai figli, la ditta aveva già raggiunto un elevato sviluppo commerciale, un risultato sorprendente, considerando che tutto cominciò dalla piccola Cossoine, il paese dove i Caria erano nati e dove si trovava il loro primo caseificio. Il signor Salvatore Caria, la cui moglie era Leonarda Sassu, aveva 4 figli: oltre Francesco c’erano anche Nicola e Salvatore, per tutti Barore (per distinguerlo dal padre), mentre l’unica femmina era Giovannina. Al conto dovrebbero aggiungersi un altro maschio morto nella prima guerra mondiale e una femmina scomparsa per la spagnola. I tre maschi furono coinvolti da subito nell’azienda, conosciuta inizialmente come “Caseificio Caria Salvatore e figli“, quando il fondatore morì il nome divenne “Caseificio fratelli Caria del fu Salvatore”.

I Caria furono tra i pionieri dell’esportazione del pecorino nel ricco mercato degli Stati Uniti e Salvatore vi si recava abitualmente coi figli; Francesco, in particolare, risulta nei registri di sbarco sin da quando era ragazzo e possedeva il passaporto in un’epoca in cui i compaesani non sapevano nemmeno cosa fosse quel documento. La ditta Caria era regolarmente registrata alla camera di commercio italiana di New York, anche se gli impiegati americani talvolta trascrivevano storpiando il nome del paese in “Cossoina (Italy)”. Francesco Caria adorava la modernità d’oltreoceano e ne trasse ispirazione sia negli affari che nello stile e non di rado prolungava i suoi soggiorni anche per piacere, come nel 1921, quando visitò le cascate del Niagara.

Oltre che a Cossoine, la ditta portò la produzione anche a Sassari con un burrificio che si trovava a Prunizzedda, cioè la vallata all’epoca oltre viale Trento. Proprio nelle vicinanze, Francesco Caria individuò una delle ultime aree ancora libere in viale Caprera, nel quartiere di Cappuccini, e lì decise di erigere la sua villa. Francesco, infatti, aveva conosciuto una ragazza di famiglia benestante con origini giavesi e proprietà a Sassari che si chiamava Maria Secchi Corda e i due si sposarono nel giugno del 1927; da qui la necessita di costruire la sfarzosa dimora per la famiglia nascente. Al ritorno dal viaggio di nozze, durato 3 mesi passati in macchina su e giù per l’Italia, Francesco fece attivare le pratiche per l’approvazione del progetto dell’immobile, il quale era stato affidato all’ingegnere Salvatore Sale che era di Padria, a pochi chilometri da Cossoine, e al quale, tra l’altro, è oggi intestata la biblioteca comunale del suo paese. Come d’uso, Francesco e la moglie avevano età piuttosto diverse, al momento dello sposalizio lui aveva 39 anni, Maria ne aveva 24. Proprio durante il viaggio di nozze fu concepita la loro unica figlia che nacque esattamente nove mesi dopo il matrimonio; la chiamarono Giovannina Violante Caterina, ma per tutti rimarrà sempre Vanna Caria. La villa fu terminata nel 1929, giusto in tempo per ospitare anche la piccola, che aveva circa un anno e che, in attesa della fine dei lavori, era nata nelle abitazioni che i Caria avevano a Prunizzedda a fianco al burrificio.

Francesco era un uomo cui la vita sorrideva: un’azienda florida, tonnellate di pecorino esportate a New York, tanti soldi e una giovane famiglia felice. All’ippodromo di Chilivani gareggiavano i suoi cavalli da corsa e nel garage in viale Caprera c’era la sua Bugatti che si divertiva a guidare anche se aveva un autista personale, il signor Marafioti. Il fascismo non lo esaltava più di tanto, ci conviveva. Senza titoli di studio, ma scaltro e dai modi cordiali, lo si incontrava vestito in modo impeccabile con cravatte e delicati fazzoletti da taschino abbinati ad abiti su misura che comprava a Napoli, capelli impomatati e baffo curato. Non avrebbe sfigurato tra gli uomini d’affari di Wall Street e proprio dall’America, che raggiungeva dopo 15 giorni di transatlantico, faceva lunghe telefonate alla moglie e alla bimba, spendendo cifre all’epoca folli per ogni minuto di conversazione intercontinentale. Mai mancava di raccontare quanto gli Stati Uniti fossero moderni e rimase colpito quando scoprì che a New York alcuni mariti aiutavano la moglie a sparecchiare. Equamente diviso tra business e affetti, ogni estate portava la famiglia al mare ad Alghero, quando le spiagge si raggiungevano in barca; per festeggiare il Natale del 1932 commissionò un ritratto della piccola Vanna a Giuseppe Biasi, il quale glielo fece consegnare in villa il 20 Dicembre, con i migliori auguri e un bel conto da 5000 lire.

Ciò che però il buon Francesco non sapeva è che nel mondo gli eventi stavano cambiando. Il ‘29 portò la peggiore crisi economica della storia, i grossi clienti di New York iniziarono a non pagare più i carichi e a metà anni ’30 i debiti si impilarono. Un triste effetto domino che a Sassari colpirà molte aziende in vari settori. Nel pieno della bufera a Francesco venne diagnosticato un grave male ed il dottor Marogna, che provò ad operarlo con i mezzi rudimentali dell’epoca, capì che non c’era niente da fare. Francesco Caria si spense all’ospedale civile di Sassari alle dieci e mezza della notte del 16 maggio del 1935, avrebbe compiuto 47 anni il mese dopo. Quel triste giorno moriva con lui anche la ditta di famiglia, già in difficoltà, di cui lui era il cervello.

Non più di due o tre anni dopo, a fine anni ’30, la giovane vedova Caria cedette la villa all’industriale Ardisson, che all’epoca era più che ottantenne e con cui Francesco ebbe un bel legame, prima d’affari poi quasi filiale. Gli eredi Ardisson la tennero pochi anni, vendendola a loro volta all‘ingegner Pozzo che tornava da Torino a guerra finita; quest’ultimo la abitò per diversi decenni e per tal motivo la villa è oggi conosciuta più col suo nome che con quello dell’originario proprietario. Frattanto, il destino, che mai perde occasione per esagerare, aveva voluto che nel ‘44, ad appena 41 anni, anche Maria Secchi raggiungesse il suo Francesco a causa di una grave polmonite.

Rimase Vanna Caria che orfana di entrambi i genitori fu accolta dagli zii materni nella loro elegante casa di via Roma. Nel 1952, a 24 anni, sposerà Francesco Bozzo e curiosamente abiterà anche in viale Caprera, proprio a pochi passi dalla villa dove visse da bimba con gli sfortunati genitori. Vanna, donna tenace, decisa e risoluta, ebbe una vita piena di salute e felicità, diventando bisnonna e spegnendosi nel 2019, alla bella età di 91 anni. Ha vissuto anche in America, proprio la ricca terra tanto amata dal papà perduto a 7 anni e del quale, per molto tempo, si è augurata che qualcuno potesse raccontare la storia, cosa che spero di aver fatto io, in memoria sua e dei fratelli Caria, imprenditori umili e coraggiosi, capaci di portare con successo la Sardegna e i suoi prodotti oltre oceano più di un secolo fa, partendo da Cossoine e passando da Sassari.

 

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