Sassari da amare/3: viaggio alla scoperta delle ville storiche della città

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Terza parte del viaggio nel tempo alla volta delle dimore storiche di Sassari, tra aneddoti e curiosità raccontate con passione da Marco Atzeni

 

Foto e testi di Marco Atzeni

Lo stabile in via Roma, creato da Giovanni Maria Ticca e ultimato nel 1938, era la caserma voluta dal Partito Fascista per la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (le “camicie nere”). Quelle tre colonne a destra non sono altro, infatti, che il fascio littorio poi parzialmente decapitato al cui fianco campeggiava anche l’enorme sigla MVSN. Nello specifico, a Sassari fu di stanza la 177ma Legione, chiamata la “Logudoro”, la cui fine fu però drammatica: quando nel ‘43 cadde il fascismo, i militi si ritrovarono improvvisamente senza comando e senza cibo e fu il viceparroco di San Giuseppe, tal Arghittu, a salvare loro la vita raccogliendo segretamente del cibo e ospitandoli in chiesa. Finita la guerra, l’immobile passò all’Università ed oggi, forse, molti suoi studenti ignorano il passato della “Caserma Ciancilla”.

Stabile di Via Roma a Sassari

 

Nel 1907 l’usinese Giosuè Farris aprì una grossa merceria in Corso Vittorio Emanuele n. 2 che, gestita in seguito anche dai fratelli, rimase aperta per quasi 70 anni. Quello che però il signor Farris non immaginava è che il suo nome sarebbe arrivato a noi non tanto per le sue indubbie doti commerciali, ma per il fatto che un giorno di novembre del 1911 acquistò dal Comune i lotti edificabili 34 e 35 del nascente quartiere di Cappuccini portando con sé i due figli ancora minorenni, Manlio e Lina, a cui intestò la proprietà. Rivoltosi poi all’ingegner Oggiano, su quei preziosi 1974 metri quadri fece progettare una splendida villa liberty immersa nel verde. Più di un secolo dopo il signor Giosuè ci guarda dall’alto, ma noi abbiamo ancora la sua “villa Farris”.

Villa Farris

 

Villa “Orlandi” prende il nome dall’ingegner Giuseppe che la fece costruire e vi abitò dal 1915. Nato a Sant’Ambrogio di Verona, Orlandi lavorò negli anni ‘20 alla realizzazione del nuovo bacino del Bunnari e fu al contempo l’assessore alle Opere Pubbliche. Poiché la villa sorgeva in uno dei punti all’epoca più “salubri” e panoramici della città (la sua vista sul mare era sgombra), Orlandi fece incidere in facciata un’enorme frase in latino, copiata da una casa in Piazza di Spagna, che pochi notano: “purior hic aer late hic prospectus in arva” il cui senso è “aria più pura qui che si vede la zona dall’alto”. Non sappiamo se lo fece con un pizzico di vanità o per innocente orgoglio, ma la scritta, passandoci davanti ad un secolo di distanza, è ancora perfettamente leggibile. Se l’aria sia ancora pura, invece, non si sa…

Villa Orlandi

 

Negli anni ‘20, villa “La Mimosa” fu celebre per le feste organizzate dalla frizzante Josephine Racca, la padrona di casa, una giovane e benestante argentina moglie del nobile Gaspare di Sant’Elia, vent’anni più grande. La villa era circondata da un giardino di alcuni ettari che inglobava anche l’odierna via Napoli e le feste, spesso in maschera, riunivano personalità importanti, con gli angoli nascosti del parco ad offrire “idee” alle nuove amicizie. Morto il marito nel ‘34, Josephine cessò le feste, anche perché sarebbe stato malcostume organizzarle da vedova, ma si trasferì ancora giovane a Viareggio dove, nella villa dei genitori che fece decorare anche a Biasi, riprese la cara abitudine. Tornerà a Sassari molto dopo, dove vivrà fino a 97 anni. Oggi riposa al cimitero monumentale. Il giardino coi segreti, invece, non esiste più.

Villa La Mimosa

 

L’imponente immobile all’apice di viale San Francesco fu fatto erigere nel 1914 dal signor Giacomo Luigi Deliperi su progetto di Raffaello Oggiano. Oltre ad essere un possidente di nobile famiglia, nel lotto affianco, oggi edificato, Deliperi aveva anche un’enorme rimessa dei carri e cavalli utilizzati dalla sua società che aveva l’appalto cittadino della nettezza urbana dal 1913. La costruzione di casa Deliperi fu preceduta da un curioso caso politico poiché all’epoca i sassaresi, non avendo il televisore, durante i pomeriggi estivi erano soliti ritrovarsi al piazzale dei Cappuccini a chiacchierare guardando l’orizzonte e quando notarono che era stato acquistato quel terreno edificabile di fronte, protestarono per paura di perdere metri dell’amato panorama. Il Comune cercò un disperato compromesso: impose che venisse tolto il secondo piano dal progetto della casa e offrì a Deliperi la restituzione di metà della somma pagata per il lotto. La diatriba proseguì per mesi, ma alla fine fu proprio Deliperi a spuntarla. Come questo accadde rimarrà un mistero, ciò che sappiamo è che il signor Deliperi è in cielo, che il palazzo è lì da un secolo (con i suoi due piani), che anni dopo alcune discendenti rimaste signorine vi eressero persino una cappella privata e che d’estate i giovani Sassaresi non vanno più al piazzale di Cappuccini a fare nuove conoscenze con la scusa dell’orizzonte.

Immobile Viale san Francesco

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