ROMANGIA MIA

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di Roberta Gallo

La gastronomia ha anche il sapore dei ricordi al ristorante “Chez Nous” di Sorso

Portastecchini all’uncinetto e inamidati. Cesti intrecciati alla memoria storica di mani sapienti. Basta poco per capire che il ristorante Chez Nous a Sorso – dal nome volutamente francese per imprimere un’ampia veduta al progetto – coltiva il gusto della tradizione. Quella degli antichi mestieri. E degli antichi sapori. Una tavola accogliente e di alto profilo per cui Giuseppe Peru – proprietario e chef del locale – predilige la qualità diffondendo l’arte culinaria della Romangia. Preserva il prodotto tipico attraverso i piatti composti e la fainè. Quella sussinca, ovviamente. E grazie a lei: madame pizza ai sette cereali. Con germe di grano ad alto valore nutritivo e lievito madre per un impasto leggero e digeribile che nel periodo della coltivazione accoglie le verdure provenienti dalle campagne di Sorso. Omaggia poi i formaggi di Osilo e si fa scortare dai messierus vini delle cantine sorsensi.

 

Il colore arancione predominante nelle pareti del comodo ristorante è una sottile eco all’etimologia brillante della Romangia, quel “luogo dorato” che si affaccia sul Golfo dell’Asinara, fertile e vivace come la saggezza e l’ambizione che accompagna Chez Nous dal 1975 quando papà Pantaleo e mamma Antonietta danno vita all’<<appendice>> della pasticceria realizzata due anni prima. In principio per offrire una sala al festeggiamento dei matrimoni poi, con l’allestimento della cucina, rispondere alle esigenze di un mercato in forte espansione. La lungimiranza, sprone fedele di Pantaleo, e la tempra ereditata dalla nonna, fanno il resto. Dopo quindici anni di assidua attività un periodo di stasi, al cui termine Giuseppe e suo fratello Mimmo prendono in mano la sorte di Chez Nous. Costruiscono una veranda, attrazione per gli sposi, e rinnovano la cucina. In tempi non sospetti impongono la filiera corta aprendo un varco al chilometro zero.

Fanno rete interpellando le origini come <<progressione naturale>>. Raccolgono consensi realizzando la prima tappa sarda del giro pizza; tre giorni di allestimento e un forte richiamo per tutta la Sardegna. Da Macomer a Tempio. Da Santa Margherita di Pula a Carloforte. Nasce in questo periodo la pizza “Romangia”con i carciofi di Sorso e la peretta di Osilo. I ragazzi anticipano i tempi anche con i banchetti enogastronomici durante le ricorrenze paesane, e danno lustro alla festa del cuoco nel contesto campagnolo. Un susseguirsi di emozioni raccontate da Giuseppe in maniera vivida, a tratti nostalgica. Per quella leggerezza che sembra appartenere ad un’altra vita. Poiché adesso il macigno è grosso. E porta il nome dell’amore perduto: Jolanta. Compagna fiera e sorridente. Flemmatica e meticolosa.

 

La cui inventiva tutta polacca e quel modo sapiente di rapportarsi agli altri, in candidi confronti, aiuta Giuseppe ad investire nella crisi. Con fatica e abnegazione. Anche quando i duri cicli di chemioterapia sembrano divenire ostacoli insormontabili. Sette anni vissuti intensamente, come solo un sentimento autentico sa fare. Con la speranza che tutto prima o poi diventi un brutto ricordo. Ma la vita si sa non segue la legge inversamente proporzionale del mercato. E laddove il sentimento è alto, maggiore è il dolore della perdita.

<<Mi piacerebbe dedicare a Jolanta diverse iniziative>>, appunta Giuseppe: << inizierò dalla costruzione di un chiosco estivo, di fronte al mare che lei tanto adorava. E ai turisti, che avrebbe omaggiato con la sua sensibilità, farò assaggiare il “plaski”>>. Romangia e Polonia fuse nell’impasto di patate crude, cipolla e pancetta. Frittelle auree. Come il ricordo degli affetti più cari.

 

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