RACCONTI DEL ’68 CHE FO

Share Button

I fermenti di una stagione ribelle nel libro di Pier Luigi Cherchi e Francesca Vargiu

l_hanno-arrestato-dario-fo
«Fo si è messo davanti alla porta, ed ha gridato: “Di qui non si passa! Ci picchierete, vi picchieremo: ma qui non entrate”».
La porta è quella dello scomparso cinema Rex di Sassari.
E le parole – attribuite al Premio Nobel Dario Fo – sono quelle di un funzionario di polizia, che la sera dell’otto novembre del 1973 è testimone del rocambolesco arresto del grande attore e commediografo lombardo.
Si è reso protagonista e reo di una strenua opposizione all’ingresso in teatro degli agenti.
Gli agenti tentano di bloccare lo spettacolo Guerra di popolo in Cile.
Fo in manette entra nel carcere di San Sebastiano, e nel mentre recita un grammelot.
E’ la stessa casa circondariale dalla quale era evaso Graziano Mesina, pochi anni prima.

E’ storia e cronaca.
Non è Mistero, e comunque non sarebbe neppure tanto buffo: piuttosto surreale, così come  il titolo in vernacolo “Hanno arrestato a Dario Fo!” del volume di Pier Luigi Cherchi e Francesca Vargiu dedicato a “Sassari, il 68 e dintorni. Eventi, memorie, protagonisti dai Beatles a Mao Tse Tung tra manganelli, occupazioni e lotte” (Edes, pp. 175, euro 15).
Ma gli autori mettono subito le penne avanti: «Se qualche purista dovesse storcere il naso di fronte a quella “a” posta davanti a Dario Fo, rispondiamo semplicemente: a Sassari noi parliamo così”».
Tale presa di posizione così tranchant è comunque apprezzata da uno storico accademico come Manlio Brigaglia, autore dell’introduzione al volume.
“L’episodio che dà vita al titolo – spiega l’eminente storico gallurese – con quel magnifico italo-sassarese che portò il nome degli studenti sassaresi sulla stampa nazionale, è ravvivato da un’intervista con il coprotagonista sassarese della vicenda”

Il presidente del circolo ‘Ottobre’ Fulvio Dettori ha organizzato lo spettacolo sulla guerra civile in Cile, dal quale nasce il contenzioso che trascina Dario Fo per una notte nelle carceri sassaresi. . Dettori – testimone diretto dell’arresto ed a sua volta imputato per oltraggio – così ricorda il fattaccio:  «Una trappola, organizzata dal questore Voria che l’aveva promessa a Fo fin da quando era funzionario della Mobile a Torino. Luigi Manconi era stato colpito da un colpo di pistola al sedere nel corso delle agitazioni degli operai Fiat. E da questore a Sassari ha fatto di tutto per impedire il suo spettacolo».
Ecco dunque il futuro Nobel soin una cella, mentre oltre cinquemila persone – con in testa Franca Rame – davanti al carcere reclamano a gran voce il rilascio dell’attore.
Soltanto dopo diciannove interminabili ore il grande artista varca in uscita il portone di san Sebastiano, tra due ali di folla plaudente.

E c’è un’altra persona che oggi può testimoniare la presenza.
E’ Gianfranco Ganau, l’attuale sindaco di Sassari.
«La notte stessa dell’arresto – racconta il primo cittadino –  ci fu una mobilitazione spontanea con il corteo e venne organizzata la grandissima manifestazione sotto le carceri per il giorno successivo. Io c’ero. Devo dire che l’arresto di Dario Fo fu una delle pagine più tristi di quel periodo nella nostra città. E la risposta indignata e grandiosa fu proporzionata alla gravità del fatto».
Dario Fo è solo la punta di un iceberg, come è stato il Sessantotto sassarese.
Non esattamente paragonabile al Maggio , ma comunque fucina di fermenti che coinvolgono gli studenti ed i lavoratori all’impegno civile e politico militante.
“Mentre la direzione de “La Nuova Sardegna” sembrava non rendersi conto di quanto stava succedendo – racconta l’editore Alberto Pinna, all’epoca giornalista de “La Nuova” –  io  iniziai a creare una pagina periodica dedicata ai problemi dei giovani,per non perdere il collegamento con il mondo studentesco. Collaborarono tanti giovanissimi, tutti tra i sedici e i diciotto anni. Molti di questi parteciparono poi attivamente alle battaglie del Sessantotto”
E tra questi il leader politico Luigi Manconi, il grande studioso gramsciano Gianni Francioni , e la scrittrice Bianca Pitzorno.
“Il libro  – aggiunge Brigaglia – ricostruisce i momenti più interessanti del Sessantotto, giustamente collocati sui suoi tre fondali principali. Quello sassarese, l’ italiano con la comunanza di idee e le differenze ambientali;  e quello mondiale, con il ricordo delle prime manifestazioni di  Berkeley e gli influssi della più comprensibile ed inimitabile rivendicazione del Maggio francese».
Più che una teoria di fondo, il libro trasuda una musica di sottofondo:
La tesi di Cherchi – sintetizza lo studioso –  è che l’esperienza beat, a Sassari vissuta soprattutto attraverso il fluido movimento delle band musicali, non solo precorse temporalmente il Sessantotto. Ma addirittura  anticipò ed espresse alcune delle linee guida della fase della sua politicizzazione successiva. E’ la tesi abbastanza ardita dell’autore, che da una parte esagera la portata politica delle esperienze individuali dei beatniks. E dall’altra inserisce la sua parte di biografia individuale nel più vasto movimento,che vivevano politicamente i coetanei sassaresi».
Pierluigi Cherchi – nel volume definito “musicista beat e qualunquista ai tempi del Sessantotto – così si rivede all’epoca:
«Avevo 16 anni e studiavo al Liceo Azuni, considerato il tempio della borghesia e della destra istituzionale. Ma in quel momento con una politicizzazione sempre più spinta a sinistra da parte delle classi docenti, fatto che condizionava anche il profitto scolastico. Chi era inquadrato politicamente veniva considerato un ragazzo già maturo, mentre chi aveva i capelli lunghi e suonava la chitarra veniva considerato un “qualunquista”».
Ad esempio lui, attuale  primario della Clinica di Ostetricia e Ginecologia dell’Azienda universitario-ospedaliera.
Non  è dato di sapere se sia stato effettivamente fedele agli ideali espressi dall’ Uomo Qualunque dell’ eccentrico Giannini, nell’immediato dopoguerra italiano.
Ma è certo che abbia raggiunto una adeguata posizione sociale nel panorama cittadino.
Lo stesso Pierluigi Cherchi ci regala un inedito ritratto di Giorgio Macciotta:
“Il mio professore di Filosofia Giorgio Macciotta – docente di elevata cultura e di grande impegno politico nella sinistra istituzionale – mi sequestra in classe i disegni sui Beatles, le chitarre elettriche ‘a freccia’ dei Rokes, la batteria di Ringo Starr, e mi dipinge nel consiglio di classe come un esempio di intelligenza sprecata “
Per così poco?
Ai posteri l’ardua sentenza.

Giambernardo Piroddi
©Riproduzione riservata

CATEGORIES
TAGS
Share This

COMMENTS

Wordpress (0)
Disqus (0 )
Show Buttons
Hide Buttons