Primo non prenderle

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articolo di Benito Urgu
© riproduzione riservata

Nicolino Locche, mito della box argentina con radici a Villasor

A Villasor non era più aria: guerra e miseria. I Locche chiudono in valigia ciò che possiedono e si imbarcano, destinazione Sud America. Chissà quali difficoltà dovettero affrontare per garantire un futuro ai loro figli nati poi in Argentina; fatto sta che il loro sesto, ad otto anni indossò i guantoni per inventare un personalissimo stile, più di danza che di boxe. Ed è proprio grazie a quello stile che il 12 Dicembre del ’68 a Tokyo, Nicolino divenne campione del mondo.

Nicolino Locche

Nicolino Locche

Per l’International Boxing Hall of Fame, Nicolino Locche è tra i più grandi della boxe di ogni tempo e forse è per questo che a quasi 15 anni dalla scomparsa, insieme a Carlos Monzón e Pascual Pérez, in Argentina è considerato il simbolo del pugilato nazionale.

Ma cosa aveva di speciale questo boxeur sardo-argentino?

Un alone di fumo avvolge di mistero alcuni particolari, sia per via di una documentazione poco dettagliata sugli incontri dell’epoca, sia per una sigaretta sempre accesa che gli spuntava dalle labbra anche tra un round e l’altro.

Le labbra, così come i sopraccigli, quasi sempre intonsi anche dopo aver difeso il titolo per ben sei volte, dovevano il privilegio allo stile di gara dell’atleta, basato molto più sulla difesa che sull’attacco. L’immaginazione disegna a questo punto due guantoni scuri fissi davanti al viso del campione; ma la realtà che stupiva l’avversario era fatta di braccia morbide lungo i fianchi, con mani addirittura spesso poste dietro alla schiena.

Nicolino era dotato di riflessi fuori dal comune che gli consentivano di schivare i colpi al volto con piccolissimi movimenti del tronco o della sola testa, nella frazione di secondo precedente all’impatto. Lui un fascio di nervi dentro un corpo praticamente fermo che probabilmente sapeva ancora di dopobarba; l’avversario madido di sudore, stremato dallo sforzo di ganci, diretti e montanti tutti sferrati a vuoto.

Il commentatore argentino non doveva credere alle sue stesse parole quando al termine del 10° round annunciò l’abbandono  di Paul Takeshi Fuji, esausto ed esasperato per non riuscire a colpire colui che si era appena guadagnato sia il titolo mondiale che l’appellativo di El Intocable.

Fu così che Nicolino Locche con radici a Villasor divenne Nicolino Loce – senz’acca, come vuole l’idioma locale -, la leggenda del pugilato argentino.

Nicolino, scarsa potenza nel colpo, totale inosservanza delle più elementari regole dell’atleta, sigaretta in bocca e pisolino nello spogliatoio poco prima dell’incontro: il pugile che si consegna al mito confutando la tesi che vede nell’attacco la miglior difesa.

Locche in un ritratto di Martha Peluffo

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