Pozzecco a tutto campo

Pozzecco a tutto campo

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Di Lalla Careddu
Ph. Luigi Canu

© Riproduzione riservata 

 

Incontriamo Gianmarco Pozzecco alla Club House. Questo ragazzone dagli occhi chiari, un playmaker davvero rock che ha militato anche in nazionale, commentatore sportivo, attore e (pare) sterminatore di cuori femminili, arriva puntualissimo. Durante tutta l’intervista cita la sua fidanzata, i suoi occhi si illuminano quando ne parla, il tono della voce si arrotonda, si addolcisce: lei è la cartina di tornasole della sua vita. Abbiamo conosciuto un uomo veramente innamorato non solo dello sport.

È sempre stato il ragazzo terribile del basket: da giocatore proteste in campo, contrasti con il suo coach, proteste con gli arbitri da allenatore, camicie polverizzate. Ora è più riflessivo e pacato. È cambiato?
No, è un atteggiamento che mi impongo tutti i giorni, Vedete, c’è un tempo per tutto. Oggi mi impongo un atteggiamento più riflessivo, alla soglia dei cinquant’anni. Certo, a volte mi verrebbe voglia di esplodere, sul campo, in mezzo al traffico c’è sempre il vecchio Gianmarco, ma oggi riesco a contenermi. Anche per questo ci vogliono energie che oggi mi sembra sciocco sprecare. La mia fidanzata dice che è per quello che ho tutte queste paturnie, perché mi trattengo. È possibile che a volte nei miei confronti ci sia qualche pregiudizio, soprattutto da parte degli arbitri [ride].

A proposito di fidanzate, si sposa? Manterrà questa promessa?
Ho sempre voluto sposarmi con la mia attuale fidanzata. Lei è spagnola e abbiamo dovuto dirimere qualche pratica burocratica in più. Ho trovato la donna giusta, e questo per me è il momento giusto. Io e lei ci troviamo bene in Sardegna, come ci siamo trovati bene a Capo d’Orlando: forse proprio il fatto che lei sia spagnola la avvicina meglio alla mentalità isolana. Qua l’affetto è spontaneo, non ci sono retropensieri. Ci conoscono, ci offrono una birra con naturalezza. E non sono mai stati invadenti, le persone sono molto educate. A Capo d’Orlando nel nostro condominio non si chiudevano nemmeno le porte, era come stare in famiglia. Abbiamo riscontrato in queste due isole una grande umanità, generosità. Valori che per noi sono importanti.

Avranno un difetto questi sardi?
Sicuramente li avranno, noi ancora non li abbiamo scoperti.

Ha un atteggiamento molto fisico con i suoi giocatori. Li tocca, li abbraccia, li consola. Sembra quasi che lei abbia voglia di paternità
Avete indovinato. La donna giusta, il momento giusto. Ho voglia di paternità e spero di essere un buon padre. Ho un rapporto privilegiato con i bambini: sono convinti che io sia uno di loro, non avvertono il divario d’età. E io con loro davvero riesco ad interagire con naturalezza. Certo con qualche ansia: avete letto Recalcati? Oggi i genitori sono troppo protettivi con i figli, e forse prima erano troppo rigidi. Spero di trovare la giusta misura. Nonostante la mia immagine da ragazzaccio ho sempre avuto un forte senso di responsabilità. Questo mi ha frenato dal desiderare di avere un figlio prima. Non so se ora sia tardi dal punto di vista anagrafico, ma sento che ora sono pronto.
Che rapporto ha con la vittoria e con la sconfitta?
Devo distinguere due momenti: il Pozzecco giocatore e il Pozzecco allenatore. Da giocatore la vittoria è esaltante e la sconfitta si vive male. Ad alti, altissimi livelli le sconfitte vengono vissute in maniera viscerale, quasi ossessiva. Da allenatore la vittoria la vivo in maniera più quieta; per me l’importante in una partita è non perderla, e la differenza è sostanziale. Capisco i giocatori, li abbraccio, li consolo, voglio che sentano la mia vicinanza, anche fisica: io so che sbaglieranno, che faranno degli errori, perché io li ho fatti, ne ho combinato di tutti i colori alla loro età, ne riconosco le fragilità. Ma il giorno dopo una sconfitta ho quasi pudore a essere giocoso con loro. È loro diritto patire la sconfitta, soffrirla, analizzarla. Ma poi si passa oltre, sempre.

Cosa davvero non tollera?
Le persone tirchie, in assoluto. Non parlo delle persone che non possono spendere, sia chiaro, parlo proprio delle persone avare. Non ho mai dato un particolare valore al denaro, a chi paga un caffè per primo o altro. Ma l’avarizia la riconosco da tante piccole cose. È un modus vivendi, è un atteggiamento che difficilmente mi sfugge. Le persone avare riconducono tutto al denaro, anche le cose che non hanno un valore monetizzabile. E questo le rende aride, senza una umanità vera. Davvero, è l’unica cosa che non sopporto.

 

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Le hanno mai detto che somiglia molto a Rod Stewart?
Sì [ride]. La prima volta in Russia. Un tecnico un giorno si agitò, io non capivo che avesse, mi fissava, mi indicava e non smise fino a che non esclamò «Ecco, ora mi è venuto in mente! Tu somigli a Rod Stewart!». Da allora me lo son sentito ripetere spesso.

Ricorda? Stewart cantava Da Ya Think I’m Sexy? È consapevole di essere un sex symbol?
[arrossisce] Se lo dite voi ci credo. Se lo dite voi mi fa anche piacere ma non credo sia vero, e se lo fosse non sarebbe importante. Ho già detto che c’è un tempo per tutto? Ho 49 anni ed essere un sex symbol non è certo importante per me. Oggi sono stabilmente fidanzato con la donna perfetta per me, non ho voglia né energie per fare il matto. Non mi schernisco, però fa sorridere, no?
Sì, fa sorridere, come abbiamo sorriso noi per tutto il tempo con coach Pozzecco. Una persona semplice, solare, con cui è stato semplice parlare e ridere sin dal primo momento. Si capisce subito perché è benvoluto in campo e fuori: è quello che sembra. Una persona seria: chi l’avrebbe mai detto?

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