Porto Torres, ritardi nelle bonifiche industriali. L’agonia della Vinyls ex Ineos/8

Porto Torres, ritardi nelle bonifiche industriali. L’agonia della Vinyls ex Ineos/8

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Torniamo alla chimica. Le bonifiche dei siti contaminati dall’industria sono cominciate con anni di ritardo. Il risultato più significativo ottenuto finora è stata l’individuazione della provenienza delle sostanze responsabili dell’inquinamento delle acque della darsena servizi del porto industriale di Porto Torres. I controlli disposti dalla magistratura ed eseguiti dai tecnici dell’Arpas e della Provincia hanno consentito di individuare la provenienza dei veleni. Continuavano misteriosamente a fuoriuscire dalle tubazioni degli impianti seppure dismessi dopo la chiusura del petrolchimico.

Rimosse le tubazioni la darsena è stata sostanzialmente recuperata. Occorrono ancora degli interventi per rimuovere i relitti di alcune imbarcazioni e impermeabilizzare il fondo.

I primi interventi del progetto di bonifica dei siti del petrolchimico hanno riguardato la ricerca dell’acqua inquinata che scorreva sottoterra. Individuati circa 400 punti, sono stati scavati centinaia di pozzi da cui viene aspirata l’acqua inquinata che viene sottoposta ad un complesso processo di decontaminazione. I tecnici Syndial prevedono che il 2024 sarà l’anno in cui le bonifiche avranno ottenuto effetti significativi sul recupero ambientale delle aree contaminate.

Dall’acqua al cimitero dei veleni. Procede il progetto di bonifica “Nuraghe”, predisposto dalla Syndial per decontaminare il sottosuolo di Minciaredda, meglio nota come collina dei veleni. Nella seconda parte del 2021 gli impianti già in parte realizzati cominceranno a separare i rifiuti normali da quelli nocivi estratti dal sottosuolo. A scoprire i veleni interrati in un’area di 29 ettari si era arrivati nel giugno del 2003 a seguito dell’incursione di un gruppo indipendentista, l’iRS, Indipendentzia Repubrica de Sardigna, guidato dal suo leader Gavino Sale. Alle operazioni di scavo erano presenti i parlamentari Gabriella Pinto e Mauro Bulgarelli e diversi giornalisti che hanno documentato con foto e immagini la vastità della discarica abusiva.

L’operazione degli indipendentisti provocò l’intervento del Noe dei carabinieri e l’apertura di un’inchiesta della magistratura a carico di quattro dirigenti delle società Syndial (l’ultima proprietaria del petrolchimico), Sasol e Ineos per “aver realizzato e gestito una discarica non autorizzata di rifiuti speciali pericolosi, tra cui scarti di processi chimici del fosforo, commettendo così un atto diretto a causare un disastro ambientale dal quale poteva derivare un pericolo per la pubblica incolumità”. Nel marzo del 2014 il tribunale di Sassari ha dichiarato prescritti i reati contestati agli imputati undici anni prima. Un classico che purtroppo si ripete nei nostri tribunali per la lentezza con cui procedono le inchieste.

La zona industriale di Porto Torres è un immenso sito di archeologia industriale. Tutto quello che si incontra girando nel vecchio petrolchimico, tra quelli che una volta erano impianti produttivi, è ricoperto di ruggine. I segni di un abbandono cominciato negli anni settanta con la chiusura della Sir di Rovelli e continuato con le attività rilevate dalla Syndial, gruppo Eni. La sola industria chimica rimasta in piedi fino al 2010 è stata la Vinyls, ex Ineos, l’unica azienda produttrice del cloruro di polivinile negli stabilimenti di Porto Marghera, Porto Torres e Ravenna. Purtroppo Vinyls ha avuto la sfortuna di incappare in un periodo storico in cui Italia aveva deciso di ridurre l’impatto dell’industria chimica sull’ambiente per avviare la bonifica dei siti. In altre parole, era stata decretata la chiusura delle aziende più inquinanti con l’assenso dell’Eni.

Lo smanteIlamento della chimica è partito da Porto Marghera e si è esteso al resto degli impianti Vinyls, compreso quello di Porto Torres dove lavoravano 124 dipendenti. L’azienda era in difficoltà a causa di un debito di 77 milioni con Eni per forniture di materie prime, debito destinato a crescere a causa della decisione dell’ente di stato di aumentare il prezzo del dicloroetano da 70 a 270 euro a tonnellata. E’ chiaro che l’Eni – come denunciarono i sindacati – non gradiva la continuità produttiva della Vinyls. Scontata la conclusione. L’azienda finisce in amministrazione straordinaria sotto il controllo del tribunale di Venezia.
Iniziava così il primo atto di una vicenda kafkiana con la politica immobile, indifferente, a Roma come a Cagliari, di fronte a quello che sarebbe potuto accadere a Porto Torres. Lavoratori e sindacati temevano il fallimento dell’unica industria rimasta in attività. Il centro turritano era già in ginocchio, senza futuro. La soluzione ideale sarebbe stata l’acquisto dell’azienda chimica da parte di un altro gruppo industriale. Ma la crisi del settore non aveva reso appetibile l’acquisizione della Vinyls. Il Tribunale di Venezia affidò a quattro commissari l’ amministrazione straordinaria dell’azienda in attesa di una possibile vendita. Il primo atto operativo fu la pubblicazione di un bando per la manifestazione d’interesse all’acquisto dell’impianto.

A farsi avanti sarà un solido gruppo arabo, la Ramco.
Le trattative erano cominciate a Roma negli uffici del Mise, il ministero che ha più tavoli (di crisi) di quanti ne contenga il catalogo dell’ Ikea. Dopo alcuni incontri era stata fissata la data per la firma dell’accordo d’acquisto di Vinyls. Improvvisamente, sorprendendo tutti, la delegazione della Ramco abbandonò il tavolo delle trattative. In un comunicato diffuso poco dopo aveva liquidato la partita Vinyls con queste parole: “La Vinyls non rientra più nei nostri programmi”. Chi o che cosa aveva provocato la fuga della Ramco? Ancora oggi è un mistero ma c’è chi la verità la conosce bene. Qualche anno dopo il Mise venne coinvolto in alcune inchieste giudiziarie, tra cui quella relativa alle mazzette per il Mose di Venezia. Alcuni alti dirigenti, che avevano seguito anche la trattativa con Vinyls, erano stati arrestati per corruzione, bustarelle in cambio di favori.

I commissari del tribunale e i funzionari del Mise decisero di fare un altro tentativo di vendita. Un nuovo bando al quale risponderà la Gita, un misterioso gruppo svizzero-russo, presieduto da un uomo che non ha mai rilevato la sua identità, delegando a rappresentarlo un avvocato sardo. Un giorno arrivò a Porto Torres quello che era parso “l’uomo della provvidenza”: Paolo Romani, ministro allo sviluppo economico, uomo di fiducia di Berlusconi. Nella sala congressi della Syndial, all’interno del petrolchimico, davanti a uno schieramento imponente di autorità locali e regionali, sindacati e giornalisti, Romani si dice fiducioso del buon esito della trattativa. Eppure il fondo nulla aveva fatto per mostrare la propria credibilità, semmai c’erano state alcune mosse poco chiare che avevano destato sospetti tra lavoratori e sindacati. Ma il Ministro Romani quel giorno arrivò ad affermare di conoscere la capienza bancaria del gruppo. “Tranquilli, c’è la massima garanzia”. Un bluff clamoroso.

Oggi la Vinyls non esiste più. Un gruppo americano l’ha rilevata, ha venduto gli impianti e i pezzi di maggior valore sul mercato, poi le ruspe ne hanno cancellato ogni traccia.

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