PASOLINI, “ACCADDE ALL’IDROSCALO”

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di Andrea Loi

Un giornalista investigativo e un investigatore indagano sull’ultima notte di Pierpaolo Pasolini

 

 

«Per capire la morte di Pierpaolo Pasolini dobbiamo capire la vita», questa la chiave di lettura del libro inchiesta “Accade all’Idroscalo” di Fabio Sanvitale  e Armando Palmegiani  presentato il 5 marzo al circolo enogastronomico, arte e musica, Il Vecchio Mulino . Quale occasione migliore per festeggiare i sette anni dell’incantevole locale custodito nel vecchio cuore di Sassari e commemorare la nascita di Pierpaolo Pasolini, uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del xx sec. Con l’ausilio di Eugenio Cossu, zelante scorta della serata, Fabio Sanvitale ci guida nei punti nevralgici dell’inchiesta, il cui soggetto è l’indagine stessa. Il desiderio di indagare, di trovare un’unica verità. Poiché «c’è la verità dei processi che non coincide con la verità tecnologica. C’è quella storica che si sedimenta nel tempo e non è detto che possa conciliarsi con le precedenti».

Il bisogno di giustizia porta Fabio Sanvitale a diventare giornalista investigativo tentando di riordinare mosaici sconnessi attraverso la stesura di libri. Unendo competenze differenti, Fabio e Armando – uno degli esperti della scientifica di Roma, dai grandi casi come Marta Russo e Ilaria Alpi – compiono le indagini dal principio.

Dell’ultima notte all’idroscalo tutti ricordano Pino Pelosi, un diciassettenne che comparso quasi all’improvviso viene assoldato da Pierpaolo Pasolini. Per la collettività è lui l’assassino. La spiegazione ufficiale, quella presa per buona, è che una volta appartati abbiano litigato e in seguito a una colluttazione Pelosi, andando via, sia passato inavvertitamente sopra Pasolini con l’auto. «Alla base di tutto un pregiudizio culturale: lo scrittore arriva alla notte del 2 novembre del 1975 con circa trentadue procedimenti penali già svolti e alcuni ancora in corso; imputazioni da parte dello Stato di reati gravi senza riuscire mai a dimostrare l’accusa. Nel momento in cui Pasolini diventa una vittima è naturale che non venga difeso. Stiamo parlando di una persona che nel 1975 era omosessuale dichiarato e i nemici non mancavano. Chi lo avrebbe sostenuto dopo che Pelosi aveva dato quella spiegazione? Quasi nessuno. Infatti così andò. La polizia diede per buona la testimonianza del ragazzo. E il suo anello trovato vicino al cadavere fu la firma del delitto». Una morte scontata dunque quella di Pasolini, tra ragazzini, sesso e quartieri di Roma. Questi ultimi, testata di ogni capitolo del libro.

D’altro canto, se Pelosi era presente all’idroscalo e non lo ha ucciso lui, che motivo aveva di essere lì? E perché finire proprio in quel luogo per appartarsi? E si torna al punto di partenza. No. Niente è scontato. Ci doveva essere un altro motivo. Forse interessava la sceneggiatura del film “Salò” –  considerato in maniera sbrigativa il testamento poetico di Pasolini – che mai sarà realizzato.

L’indagine non è conclusa. E la verità forse è sotto gli occhi di tutti.

 

 

 

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