Onora il padre

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Sacchetti1Storia e leggenda del vincente coach Romeo Sacchetti

Il raccolto è stato buono. I settanta ulivi della campagna fertile e generosa alle porte di Alghero hanno regalato a Romeo cinquanta litri di olio di prima qualità, che sarà il primattore delle cene di un inverno senza schemi e lavagne, richiami e time-out da chiamare al tavolo nei momenti di smarrimento.

L’omone di Altamura era il nostro protettivo John Wayne, che con la sua mole massiccia sapeva farsi rispettare dai suoi ragazzi con un solo sguardo; e l’arredo più amato di un PalaSerradimigni sempre più popoloso e colorato, con il cubo centrale e le bandiere biancoblu a fare da parete, la moltiplicazione dei cartelli pubblicitari ed i vessilli delle vittorie in serie di questo indimenticabile ed irreale biennio.

Sei anni di Romeo Sacchetti e di suo figlio Brian sono tanto tempo. Rappresentano un sodalizio sportivo e familiare che in Sardegna ha affondato solide radici dopo tanto irrequieto peregrinare lungo la penisola.

Sacchetti2Padre e figlio hanno vissuto con amore e trepidazione la cordata della Dinamo verso le vette più alte del ranking nazionale. Una escalation impressionante ha regalato al Banco di Sardegna la promozione tra gli eletti. I nostri tifosi sono estatici già così. La permanenza nella massima divisione di Lega – accanto alle grandi tradizionali del nostro basket – rappresenta un premio da difendere con le unghie ed i denti da bucaniere.

Ma il meglio deve ancora arrivare. Non fai in tempo a stropicciarti gli occhi per le magie del genio mozartiano di Travis Diener ed i suoi assist no look, i balzi da canguro di James White e le vigorose sportellate di Othello Hunter. Il sesto posto finale è un esaltante risultato per la matricola terribile. Ma l’ascensore dei quattro mori pigia un nuovo tasto verso l’attico. La prima squadra connota già lo zoccolo duro dei vari Brian e Jack De Vecchi – il cugino coriaceo e diligente del supersonico Gallinari – l’eterno highlander Vanuzzo ed il buon Cittadini, accanto a stranieri non trascendentali come Tsaldaris ed Hubalek.

Romeo il burbero alterna il bastone dell’imperiosa leadership in panchina con gli uomini di poco cuore, alla carota di un gioco che non soffoca mai gli istinti, libero e spensierato inno all’iniziativa individuale della fantasia e della velocità di esecuzione nel tiro. Un gioco sfrontato e difficile da decifrare, che disorienta le mosse dell’avversario di turno e porta risultati positivi a casa.

Negli anni successivi è un alternarsi di bellissime cavalcate alla fase finale dei play-off ed un paio di repentine delusioni.

Ora Romeo nelle campagne algheresi ed in qualche escursione verso le coste della stupenda Riviera del Corallo ricorda certamente il quarto posto di una regular season con i due cugini terribili, e la fine della corsa contro la corazzata della Montepaschi di Siena. I suoi baffetti ed i suoi occhi solo apparentemente lontani trattengono ancora l’amaro sapore dell’eliminazione contro Cantù.

Nel mentre la società ha cambiato impronta. Il club nato con decoubertiana incoscienza nel 1960 ha abbandonato gli anni romantici del padre padrone Dino Milia ed il suo figlio eletto Sergio, oggi brillante politico della scena regionale. Non ci sono più palcoscenici minori che esaltano le straordinarie virtù realizzative del puledro di casa Emanuele Rotondo, talento purissimo. E’ il momento del pragmatismo geniale ed imprenditoriale di Stefano Sardara, manager vincente e visionario con un progetto ambizioso.

I due non si prendono istintivamente, ma si rispettano. Qualche scontro tra due personalità forti non impedisce di remare nella stessa barca, che con le mosse intelligenti del direttore Federico Pasquini trascina verso la riva una serie impressionante di trofei. Sembra un sogno la prima Coppa Italia del Banco di Sardegna, ed attende il bis nell’anno successivo salutato da una elettrizzante Supercoppa Italiana vinta tra le mura amiche e davanti ad una platea impazzita di gioia. Manca un solo tabù: il primo scudetto.

Nessuno osa pronunciare quella parola, mentre Romeo sopporta le bizze di Jerome Dyson e Sanders, trova la quadratura del cerchio alla sua pattuglia di folli anarchici stretti intorno al totem Shawn Lawal; e lentamente risale la corrente, a parte l’inadeguatezza del nostro sistema in Eurolega.

Quando il gioco si fa duro, la Brigata Sassari è pronta e cattiva. Il killer instinct punisce la favoritissima Milano davanti ad un impietrito Giorgio Armani: ora la sagacia tattica di Sacchetti – che è stato un grande campione ed uno degli eroi lontani del titolo europeo di Nantes – comprende che non è tempo di zone speciali, ma di uomini veri. Nella finale inedita contro Reggio Emilia sembra soccombere, ma trova il colpo risolutore e consegna all’isola un tricolore da impazzire, che restituisce alla nostra regione l’inebriante atmosfera dei calcistici giorni di Gigi Riva e Manlio Scopigno.

Il buon padre ha ottenuto i migliori risultati dai propri figli, ed è tempo di ritirarsi da novello Cincinnato per un momento di meritato ozio. Ci piace raccontare così la fine di questa favola, che altrove descrivono come un duello western tra società ed il suo indimenticabile nocchiero.
Qualche giocatore straniero ha denunciato problemi di inserimento nel nuovo corpo del Banco di Sardegna. Altri presunti campioni non sono esattamente dei cuor-di-leone. Succede.
Auguri al serio e competente Marco Calvani per un nuovo capitolo di una storia, che il gigante Meo ha reso una favola. E’ tempo di scoprire una Sardegna che lo ama ed ora lo può avvicinare. Quando arriverà la nuova sfida con un nuovo team pronto a scommettere sulla sua saggezza e la lucida lettura di uomini e partite, non riusciremo a considerare avversario il maestro del triplete.

Sarà sempre uno di noi.

Alberto Cocco
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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