Never can say goodbye – Travis Diener lascia Sassari dopo quattro anni indimenticabili

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800px-Travis_DienerHa ragione Antonello Venditti, cantore di Roma e dei sentimenti: “… certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano“.

La storia speciale e sassarese di Travis Diener – genio ispiratissimo dall’assist facile e la personalità carismatica – non si interrompe con un prematuro ritiro dal parquet, dopo la coraggiosa semifinale dei play-off scudetto contro l’irresistibile corazzata milanese.

Travis getta la spugna con orgoglio ed un pizzico di emozione. Aladiener dice addio al basket con la casacca della DINAMO, dopo una somma di malanni fisici ed una dannata voglia di recuperare la pace familiare lungamente trascurata dai mille impegni agonistici. A trentadue anni il campione di Fond du Lac dice basta, dopo una cittadinanza italiana ed una maglia azzurra, una Coppa Italia memorabile ed un film bellissimo di imprese e prodezze, che la sua autorevole leadership ha regalato ai tifosi del Palaserradimigni.

Ora si volta pagina. Comincia un nuovo capitolo della storia del Banco, che presumibilmente si separa anche dal grandissimo fromboliere Drake suo cugino e dal talento adamantino di Caleb Green, prima di affrontare una nuova stagione di vertice e le coppe europee con un quintetto nuovo di zecca.

Travis rientra negli States, e riordina le idee.

Un po’ di coccole alla moglie Rosamaria ed alle dolcissime Karina Rose e Lila Marie, e lo attende un incarico di assistente nella prestigiosa franchigia universitaria di Marquette. Farà un lavoro da direttore tecnico ed osservatore, ed il filo doppio con Stefano Sardara non si spezza mica così rapidamente. I vulcanici occhi del presidentissimo sono tutto un programma. Secondo noi cova un segreto malcelato: e come minimo Travis si gira l’America in cerca di un paio di assi da segnalare alla dirigenza sassarese, con l’occhio lungo di chi pensa sempre un secondo prima degli avversari.

Ad ottobre il grande regista ritorna. Non sarà il tour della nostalgia. Quattro anni sono stati sufficienti per creare delle radici. Alla città è piaciuto il suo attaccamento alla maglia, il suo riservato carisma e la voglia di esaltare i compagni senza atteggiamenti divistici. Qualche volta si è scontrato con Meo Sacchetti, che lo chiamava in panca. Ma è altra cosa: Travis Diener è un vincente nato.

La sua ultima stagione – culminata con l’infortunio del match di addio – non è stata scintillante come in passato. Sono diminuite le cifre, la percentuale del suo morbido tiro dalla distanza si è appannata ed il minutaggio generale ha sofferto, non solo per la convivenza con il rapido folletto Marques Green in rotazione. Non è mai stato ridimensionato, intendiamoci. E’ sempre stato per tutti il playmaker per antonomasia. E quando il gioco si è fatto duro, i duri hanno cominciato a giocare. Al Palassago nell’eliminazione diretta della Final Eight hanno riconosciuto il fenomeno sardo, che ha messo a tacere re e regine della vigilia, ed ha portato in Sardegna la più inattesa delle coppe. Anche in Europa ha fatto il suo, nel cimento continentale. In ogni arena italiana ed estera i due grandi cugini erano attesi con il timore ed il rispetto riservato ai grandi campioni avversari. Da tempo il nostro Banco di Sardegna non è più la simpatica e sorprendente provinciale emergente, ma una solida realtà del basket italiano: c’è fuori una fila di atleti italiani ed USA, pronti al primo volo per indossare questa casacca improvvisamente prestigiosa. In questa vertiginosa escalation i meriti di Travis Diener sono infiniti. Non ha offerto soltanto palloni al bacio da depositare in retina, torridi tiri da tre nei momenti decisivi ed una disarmante padronanza in palleggio sulla muta di avversari in pressing. Quello che hanno portato i due cugini è stata soprattutto una mentalità vincente, prima ignorata da altri americani di portentoso atletismo e bizzose lune: gli occhi della tigre in un corpo apparentemente normale.

La sua maglia numero dodici non sarà ritirata. In fondo è stata indossata – negli anni faticosi ed ormai lontani della crescita imperiosa di questo club miracoloso -dal grande Emanuele Rotondo, il campione di casa nostra e della LEGADUE. Questo numero sarà un talismano. Deve essere indossato soltanto da un campione vero e del valore assoluto dei suoi predecessori, che hanno scritto la storia della Dinamo.

Ora è il tempo dei saluti, con la luce negli occhi. Basta socchiuderli per un istante, e scorrono i titoli di coda di una trionfale cavalcata: le magie e le esplosioni della tifoseria, i giri di campo festosi e l’abbraccio con la gente per le vie del centro e nella Club House.

Goodbye, campione.

Buona vita a te e Drake, stelle luminose di questi anni.

Ico Ribichesu

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