Lavorare nel tempo della crisi

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lavorare-crisiPotrebbe apparire un paradosso, ma è invece una triste conferma. Da anni il settore dell’industria e dei servizi lascia vacanti migliaia di posti di lavoro, per la preoccupante assenza di personale idoneo: mancano le competenze specifiche per le richieste del mercato. A darci questa notizia è la relazione annuale del sistema Excelsior, realizzato da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro. Nonostante il calo drastico dei consumi, emerge dai dati un comparto produttivo capace di reggere il passo ed assumere nuovo personale per l’anno corrente, in controtendenza rispetto agli infausti presagi. Andando a ritroso, nel 2008 scopriamo che erano stati lasciati scoperti 217.000 posti di lavoro offerti dalle aziende: oltre il 26%. Nel 2012 la grande crisi ha ridotto le chanches alle 65.000 unità, e nello scorso 2013 questo numero si è ulteriormente assottigliato. Ma le 47.000 proposte non andate a buon fine sono comunque tredici per ogni cento offerte di lavoro, ed è un riscontro che merita un’analisi.

Fare attenzione: qui non si fa riferimento alle assunzioni estemporanee ed ai contratti stagionali: si parla di lavoro fisso, così apparentemente monotono e tanto desiderato in questi chiari di luna. Le aziende monitorate da Excelsior illustrano le ragioni del fenomeno. Il problema prioritario è l’assenza delle skills, le competenze specifiche ed adeguate alle mansioni da espletare: ricorderete che abbiamo trattato diffusamente questo tema in un precedente editoriale.

Quali sono queste figure? Gli esperti del software, con un impressionante 47,4% della richiesta inevasa; gli esperti della gestione aziendale, che presentano un ragguardevole 37,8% di proposte non andata a buon fine; i progettisti meccanici, gli export managers, gli educatori per disabili e varie categorie di operatori commerciali. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo. Essere esperti in qualcosa è sempre il denominatore comune. Il mercato presenta dinamiche in evoluzione costante, e le aziende non possono restare ancorate alle regole del passato. Questa è un’era di rivoluzione digitale. Cresce del 15% il buon vecchio graphic designer, ed il moderno web developer vanta nientemeno che un 45% di domanda supplementare delle aziende interessate. Il web individua professioni emergenti, quali il community manager ed il social media manager, lo sviluppatore di app-mobile, il copiwriter ed il food o fashion blogger. Senza lasciarci travolgere dalla lingua dei sudditi di Sua Maestà Britannica, andiamo a scoprire insieme le mansioni specifiche delle professioni in auge nel terzo millennio. Il media consultant analizza, gestisce ed influenza la web reputation del suo cliente, condivide ed interviene on-line con azione mirata nelle fasi di eventuale dissenso, informa e promuovere il brand attraverso una serie di pubbliche relazioni digitali. Il mobile developer sviluppa le applicazioni per le periferiche mobili, gestendo l’efficiente funzionalità degli smartphones e dei tablets. Il mobile adv è lo specialista degli strumenti di marketing da applicare alle prioritarie piattaforme orientate al mobile. L’inventory manager si occupa di analisi, calcola il break evenpoint – la fase di allineamento di costi e ricavi contro l’indebitamento – e monitora le performances. Una professione di questo rango deve presentare un ampio know how, compresa la conoscenza delle lingue straniere ad un livello ben superiore a quello scolastico; e servono conoscenze profonde di business writing, comunicazione persuasiva, marketing e statistica.

Escludendo le competenze relative alle tecniche di programmazione ed applicazione del software, la fame di sapere è sempre un’arma vincente nel proporsi al mercato aziendale odierno. E non basta, diciamocela tutta: esistono antiche professioni che rischiano un’estinzione precoce, perchè nessuno vuole fare questi lavori. Orafi ed orologiai, falegnami e muratori, carpentieri e carrozzieri, saldatori ed elettricisti sono allettanti prospettive di inserimento nel mondo del lavoro, per i disoccupati che studiassero piste alternative.Il divario tra la teoria e la pratica si fa sempre più ampio. Ecco perchè occorre un approccio differente negli anni dell’obbligo scolastico, indirizzato decisamente verso la formazione professionale. I nostri ragazzi devono cominciare a respirare il mondo del lavoro dai banchi, senza pericolosi salti nel buio dopo il diploma e la laurea. Questa è la vera sfida per rilanciare il lavoro, nel tempo della crisi.

Roberto Chessa

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