La strage di Chilivani/10

La strage di Chilivani/10

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Quel tragico agosto del 1995 in cui vennero uccisi due carabinieri in un conflitto a fuoco poco dopo il bivio di Chilivani, io e l’operatore Fausto Spano eravamo nella caserma della Forestale di Anela. Era in corso una conferenza stampa dei vertici forestali per fare il punto sulla situazione degli incendi che devastavano l’isola. Mentre passavo davanti alla centrale operativa ho sentito l’operatore radio rispondere ad una chiamata: “Informo subito il comandante. Mi confermi, due carabinieri uccisi a Ped’e Semene da una banda di rapinatori? Ok, passo e chiudo”. Chiudemmo anche noi abbandonando la conferenza stampa per correre verso il luogo della sparatoria. Erano all’incirca le 15.30.

Il traffico era stato bloccato fin dal bivio per Chilivani direzione Olbia. I carabinieri ci lasciarono avvicinare il più possibile. Erano tanti, molti li conoscevo perché appartenevano al comando provinciale di Sassari. Il Colonnello Paganini mi disse: “Hanno ucciso due giovani militari. La terza vittima è uno di loro”. Sul lato sinistro della strada c’era un vasto slargo con al centro una betoniera. Per terra, un lenzuolo copriva il corpo dell’autista, Salvatore Giua di Buddusò. Ad ucciderlo era stato l’appuntato Ciriaco Carru che si era avvicinato per identificarlo mentre il suo collega, il carabiniere scelto Walter Frau, era alla radio per comunicare il ritrovamento del mezzo rubato. Tutto si svolge in pochi minuti. Dietro un muretto a secco in posizione elevata rispetto allo sterrato, erano appostati due banditi armati di fucili mitragliatori. Carru uccide Giua e spara verso il muretto ferendo uno dei banditi. Il fuoco di risposta uccide lui e ferisce Walter Frau che aveva usato la sua pistola per rispondere al fuoco fino a consumare l’intero caricatore. Nel frattempo correva verso la strada inseguendo un altro bandito ferito molto gravemente. Appena imboccato un viottolo Frau viene abbattuto. Un colpo lo attraversa verticalmente dalla testa alla parte più bassa del corpo. A sparare era stato un altro bandito appostato in posizione dominante su una collinetta da dove era visibile l’altra parte della strada direzione Olbia.

Dalla scena del crimine erano stati portati via i corpi dei militari caduti. La terza, Salvatore Giua di Buddusò, era ancora accanto alla betoniera coperto da un lenzuolo. La banda di rapinatori, si capì presto, aveva pianificato di attendere il passaggio di due furgoni portavalori carichi del denaro raccolto dalle casse di diverse banche della Costa Smeralda. Avevano scelto un luogo ideale per tentare l’assalto ai portavalori che quasi quotidianamente transitavano su quella strada. All’uscita da una curva gli autisti si sarebbero trovati lo sbarramento della betoniera e i rapinatori avrebbero potuto operare con relativa tranquillità. Sarebbe stato un colpo da diverse centinaia di milioni di lire.

La pattuglia era stata allertata via radio dalla centrale dei CC di Olbia. I militari Carru e Frau si trovavano a Pattada per un servizio di vigilanza nei pressi di una banca: “Ci è stata segnalata nella zona di Ped’e Semene una betoniera. Dovreste verificare se risulta rubata o se è pronta per qualche episodio criminoso”. “Ok, andiamo” rispondono Carru e Frau dirigendosi verso la zona indicata. Una volta sul posto si avvicinano con l’Alfetta alla betoniera, Carru fa scendere l’autista e poi è l’inferno. Oggi due lapidi poste ai lati della strada dove i militari sono caduti ricordano il loro sacrificio. Sul luogo sventolano anche due bandiere tricolori.

 

L’attività investigativa dei carabinieri, coordinata dal pubblico ministero Gaetano Cau, è frenetica. Le squadre lavorano con obiettivi differenti. Una si mette alla ricerca della base dei rapinatori ipotizzando la sua vicinanza al luogo del conflitto. Quando arrivano ad un’ovile, dopo aver percorso la stradina imboccata da Walter Frau, identificano e interrogano le persone che si trovano a casa poi cercano le armi. Una catasta di balle di fieno viene buttata giù. I militari frugano con attenzione, i cani fanno il loro dovere e alla fine i militari trovano quello che cercavano. Armi pesanti appena usate. Il padrone dell’ovile è il primo che varca il portone del comando provinciale dei Carabinieri. Da lui arrivarono le prime importanti indicazione sull’obiettivo della banda e sui componenti la banda.

Un’altra squadra si mette alla caccia dei banditi rimasti feriti. Andrea Gusinu è il più grave per lesioni all’addome, Graziano Palmas ha ferite più lievi. Secondo notizie e testimonianze raccolte, i due sarebbero fuggiti su un camion guidato da Palmas. La caccia si conclude a tarda sera vicino a Padru. I carabinieri intimano l’alt al conducente del mezzo che accosta. All’interno Gusinu è accasciato incosciente sul sedile. Palmas capisce che è finita e si spara con la pistola un colpo in testa. Poi sarà la volta di Milena Ladu e Cosimo Cocco che stavano in zona su un’auto staffetta. L’arresto della donna provocò polemiche sull’operato dei carabinieri e del giudice. La Ladu era arrivata davanti alla sede del comando provinciale di Sassari sostenuta da due militari. Teneva la testa abbassata per evitare di essere fotografata. Un altro carabiniere l’afferrava per i capelli costringendola a sollevare il viso. La scena era stata ripresa da tutte le televisioni presenti e quel gesto aveva scatenato un pandemonio con tanto di interrogazioni parlamentari e prese di posizione di associazioni per la difesa dei diritti umani. Ladu e Cocco (quest’ultimo ha collaborato con i carabinieri) verranno condannati dalla Corte d’Assise nel 1999, per concorso morale nell’uccisione dei carabinieri, rispettivamente a 25 e 20 anni. Nel 2007 entrambi usufruiscono dell’indulto che gli vale uno sconto di pena di 3 anni. Entrambi sono usciti dal carcere da diversi anni.

Lo zoccolo duro della banda, Andrea Gusinu, e i suoi complici, Salvatore Sechi, fidanzato di Milena Ladu, Sebastiano Demontis e Sebastiano Prino, non sfuggono all’ergastolo. L’inchiesta ha una coda polemica. Una parte della banda, immediatamente dopo l’arresto, era stata trasferita all’Asinara e rinchiusa, su disposizione del giudice Cau, nel carcere di Fornelli nonostante le proteste dei difensori. Il fatto verrà ricordato nel 1998 in una lettera al giornale Vita da Sebastiano Prino, ergastolano, che si è sempre proclamato innocente. Oggi è in regime di semilibertà. La sua pena scadrà nel 2023. Nel frattempo si è laureato in storia e ha scritto alcuni libri. Ecco un brano di quella lettera: “All’arrivo all’Asinara ho trovato ad attendermi il pm Gaetano Cau e un capitano dei carabinieri. Mi fecero la proposta di collaborare in cambio della libertà, soldi, una casa, protezione per me e per la mia famiglia. Ribadii fermamente la mia innocenza e allora iniziarono i guai. Per tre mesi fui pestato anche più volte al giorno, mi chiamavano “rospo bastardo”. Per 14 mesi sono rimasto isolato, senza televisione né giornali, senza corrispondenza né colloqui. I primi sei mesi sono rimasto senza lenzuola, vestiti, indumenti intimi, sigarette, soldi, spazzolino da denti, dentifricio, ecc. I vaglia e i pacchi che mi venivano spediti – ricordava Prino – erano rinviati al mittente. Ho passato i primi sei mesi con gli abiti che indossavo al momento dell’arresto: i jeans, una maglietta e il maglione e con questi ho passato l’autunno del 1995 e l’inverno del 1996. Dopo 14 mesi di questo calvario – continua la lettera di Prino – mi fu applicato il 41 bis e così ho potuto uscire per la prima volta all’aria per due ore al giorno. Mi vennero consentiti colloqui con i familiari e la lettura dei giornali. Il 20 marzo del 1997 il Tribunale di Sassari ha accolto il mio ricorso contro il 41 bis e sono stato trasferito nel carcere di Sassari dopo 18 mesi di torture fisiche e psicologiche”.

Il giornale Vita si era occupato nel 1996 anche di Milena Ladu, incensurata, con un ruolo marginale nella vicenda di Ped’e Semene, detenuta in isolamento per otto mesi a Rebibbia. Presentarono interrogazioni parlamentari Irene Pivetti e il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giuliano Pisapia: “Sollevammo tanta polvere – scrive Vita – che il ministero di Grazia e Giustizia fu obbligato ad aprire un’inchiesta ministeriale per accertare se il pm Gaetano Cau avesse o meno abusato delle sue facoltà”.
Non conosco gli sviluppi di questa vicenda però ricordo bene l’impegno che il giudice Gaetano Cau ha messo nell’inchiesta, lavorando al fianco dei Carabinieri, giorno e notte, fino all’identificazione e all’arresto di tutti i responsabili dei due omicidi.

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