La cavalcata fa primavera

La cavalcata fa primavera

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di Giovanni Maria Demartis
Foto di Giovanni Porcu
© riproduzione riservata

È stato detto a più riprese che l’abbigliamento tradizionale della Sardegna conservi tracce della storia dell’Isola e delle popolazioni con le quali nel corso dei millenni venne in contatto; allo stesso tempo si è affermata però l’impossibilità di dipanare tale matassa di influssi, rinunciando ad un’indagine sistematica.

 

Altri autori hanno ribadito invece un’assenza di mutamenti nel tempo ed un’esclusiva creazione locale, avulsa dal contesto del Mediterraneo.

È nell’ultimo cinquantennio, proprio nel momento del definitivo abbandono nell’uso quotidiano degli abiti popolari che gli studiosi, ribaltando approcci metodologici spesso superficiali dei loro predecessori, scandagliano con precisione una realtà ormai in crisi, demolendo luoghi comuni duri a morire.

E la storia del costume sardo, considerato finalmente un bene culturale e non un elemento di folklore deteriore, viene tracciata, per quanto molti aspetti restino ancora da focalizzare.

Ma qual è l’origine di questi abiti?

Per rispondere a questo interrogativo è necessario osservarne con attenzione la struttura di base, sempre identica a dispetto delle innumerevoli varianti locali. Essa, sia negli abiti femminili che in quelli maschili, è costituita da un complesso stratificato di indumenti, con camicie che formano la biancheria e corpetti che coprono la parte superiore del corpo, ben separati dai capi destinati a quella inferiore.

Queste caratteristiche rimandano sicuramente alla moda comune nel Rinascimento, periodo in cui si attuò tale separazione abbandonando le tuniche tutte unite di origine classica.

 

Coppia con abito tradizionale sardo

Si potrebbe ritenere quindi che nessuna traccia sia rimasta delle vesti romane o di quelle testimoniate dai bronzetti nuragici; ma la documentazione ci informa che ancora nella prima metà del 1800 in paesi isolati come Desulo e Belvì, permanevano fogge femminili formate da una sorta di tunica d’orbace tutta unita, dalle quali derivano assai probabilmente le strette gonne a sacco dei loro costumi attuali. Ed assai arcaici appaiono i mantelli maschili d’orbace saccos de coperri e le bestes de peddi, sopravvesti di pelli intonse.

Altri accessori, come le bende-copricapo femminili, rientrano nell’ambito della moda europea del Medioevo; il dettaglio delle maniche aperte per mostrare la camicia è proprio di fogge rinascimentali, mentre molti ricami e decori ripetono moduli colti ed ecclesiastici del 1600, del Rococò e del 1800, mostrando l’accoglimento di modelli esterni ed una rete di relazioni più articolata di quanto generalmente si creda.

In realtà i telai locali nel corso del 1700 e del 1800 producevano quasi esclusivamente tele di lino e ruvide stoffe di lana a cui la tintura domestica mediante terre ed erbe non permetteva di conferire tinte brillanti e solide. Per questo sin dal Medioevo sono documentate importazioni di tessuti; così quelli che danno colore e fasto ai costumi giunti sino a noi sono tutti di provenienza esterna: il panno scarlatto arrivava da Francia, Germania e Piemonte, il velluto di seta dalla Liguria, il broccato da Lione e da Torino.

Naturalmente insieme ai tessuti giungevano altre novità e suggerimenti, secondo il tipico meccanismo per cui le mode vengono create nei centri maggiori e per i ceti aristocratici, per poi essere accolte dalle classi abbienti della periferia ed acquisite infine dal popolo. In Sardegna, come altrove del resto, gli influssi vengono adattati al gusto locale, assimilati e trasformati secondo i bisogni delle comunità, conferendo alla creazione un carattere tipico e inconfondibile.

Un esempio eloquente di tale fenomeno è dato dai bustini rigidi dei costumi femminili del Logudoro: tali indumenti tardo cinquecenteschi, perdurati nella moda europea dei due secoli successivi, accolti in Sardegna, negli ultimi esiti non vengono irrigiditi con stecche d’osso o di balena come altrove; qui si ricorre ad essenze locali: giunco, olivastro, steli di frumento e palma nana.

A dimostrazione di altre influenze esterne esiste documentazione certa della presenza nel Cagliaritano di una corporazione di sarti greci i quali cucivano i capottos sereniccos, ovvero capotti di Salonicco: sfarzosi soprabiti decorati con applicazioni di tessuti pregiati ancor oggi presenti nei costumi della zona ed usati anche a Dorgali e Sassari.

Una foggia legata ad una capillare e generalizzata usanza mediterranea è quella delle gonne-copricapo diffuse in Logudoro, Anglona e Gallura, per le quali gli studi suggeriscono un’origine veneziana e una propagazione dalla laguna verso la Spagna e quindi fino in Sardegna.

Altro esempio di assimilazione è quello dei gioielli borbonici accostati agli ori di più radicata tradizione già nel 1800. Spille, anelli, pendenti, collane ed altri monili in oro basso – lega metallica con bassa percentuale d’oro – e di fattura semi industriale, provenienti quasi sempre dall’ex Regno di Napoli, sono diventati tanto indispensabili per i sardi da essere denominati con i nomi dei paesi in cui si usano: spilla di Bono per esempio o il pendente denominato sole di Oliena.

Un caso particolare infine è dato dalla sopravveste detta collette – a Sassari detta cugliettu ed ancora usata dal Gremio dei Viandanti, così come ad Oristano dal capocorsa della Sartiglia -: il caratteristico capo di origine militare si ritrova in famosissimi dipinti, uno fra tutti La Ronda di Notte di Rembradt, fatto che ribadisce ancora una volta come la pretesa realtà periferica ed esclusivamente locale del costume sardo sia solo un luogo comune.

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