LA CADUTA DEGLI DEI?

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La scure della critica non risparmia gli autori sardi.

Il nome di Antonio D’Orrico vi suggerisce qualcosa? L’autorevole e temutissimo critico del “Corriere della Sera” probabilmente non accende la fantasia dell’immaginario collettivo. Ma il suo giudizio è spesso l’ago della bilancia, per creare un fenomeno letterario o anticipare il tramonto di un romanziere di successo.

Nelle scorse settimane l’impietosa stroncatura dell’ultima fatica letteraria di Michela Murgia ha suscitato una viva impressione. Il suo lavoro è stato definito dal severo giudice “un libro dimenticabilissimo, che si contorce in psicologismi ed intellettualismi”. La scrittrice di Cabras è tornata nelle librerie con “Chirù”, edito da Einaudi: la storia della controversa relazione tra un adolescente violinista ed una matura maestra, con diciassette lezioni ed un finale compimento. Michela ha conosciuto un esordio folgorante con l’autobiografico “Il mondo deve sapere”, dedicato allo sfruttamento degli operatori di call center nel telemarketing: un vero best-seller, dal quale è stato tratto il fortunato film “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì. Il successivo romanzo “Accabadora”, evocativo ed inquieto

Michela Murgia

Michela Murgia

racconto di ancestrali ed arcaici riti oscuri della Sardegna, ha concesso il bis ed  ottenuto numerosi premi, compreso il prestigioso “Selezione Campiello”. Ed ora – dopo l’esperienza politica con la lista indipendentista – il tema dell’amore trasgressivo, che incontra le prime smorfie dei recensori.

Non è finita. Anche l’ultima opera dell’ombroso Salvatore Niffoi, il visionario ed originale scrittore di Orani, ha interrotto la luna di miele con la critica. “La quinta stagione è l’inferno” di Feltrinelli non ha ripetuto la vasta eco dei celebrati “La vedova scalza” e “La leggenda di Redenta Tiria”.

Lo stesso nuorese di Bologna Marcello Fois ha conosciuto l’intermittenza della sua ultima “Luce perfetta” nel giudizio degli addetti ai lavori, dopo le parole di univoco elogio tributate a ”Stirpe” ed alla saga dei Chironi. Che succede alla nouvelle vague della nostra terra? E’ un’estemporanea crisi di creatività delle nostre penne dorate, oppure i giudici letterari italiani abbandonano questo filone ed inseguono nuove mode per catturare la curiosità dei propri lettori? Il tema è molto interessante, e condiziona un mercato gramo ed in costante ricerca di nuove idee ed accattivanti copertine. Abbiamo voluto coinvolgere nell’inchiesta Alessandro Marongiu, consulente editoriale della libreria “Koinè”, talent-scout e valente tutor di una nuova generazione di cantastorie della carta stampata.

Alessandro, il nuovo libro di Michela Murgia ha conosciuto i feroci strali del noto critico D’Orrico. E’ una bocciatura motivata?

Quello della Murgia, nel complesso, non mi è parso davvero un libro riuscito. Può vantare delle pagine, dei passaggi, di sicura qualità, ma è un romanzo fin troppo pensato, calcolato al millimetro nello svolgimento dei fatti e nella delineazione dei personaggi. Sembra quasi il risultato di un compito a tema, ed è spesso prossimo a precipitare nella verbosità: cioè a far precipitare il lettore nella noia. Io non posso parlare a nome della Critica, ma solo a titolo personale, e del fatto che un romanziere abbia o meno successo non mi curo, se non a livello puramente informativo. Mi auguro che per i miei colleghi sia lo stesso, ma chissà. Detto questo, ho grandi difficoltà a considerare D’Orrico un critico letterario (mi pare piuttosto un giornalista culturale che scrive di libri), e non terrei in particolare considerazione i suoi giudizi: la recensione a “Chirù” mi sembra eloquente, in questo senso

Marcello Fois e Salvatore Niffoi annaspano, dopo il grande successo delle prime opere. Esiste il rischio di un compiacimento,che induce ad uno stilistico ripetersi?

Il rischio esiste eccome. Anthony Burgess scrisse che era stato proprio il compiacimento a far sì che Ernest Hemingway finisse, col passare del tempo, per scrivere romanzi tutti simili tra loro, per non dire più correttamente “uguali”, che replicavano di volta in volta la figura del «premigrilletto decerebrato», il duro conquistatore di donne e animali selvaggi. E si parla di Hemingway, ovvero di uno dei massimi autori del secolo scorso. Per quanto riguarda Fois e Niffoi, farei una distinzione netta. Il primo si è conquistato una sua consistente base di lettori ma non ha forse mai raggiunto il “grande successo”, e anche quando dà alle stampe opere minori può garantire una qualità elevata; il secondo invece sì, ha avuto un periodo di “grande successo”, ma è durato il tempo di una moda passeggera. Comunque fin troppo.

I critici sono davvero sinceri?

Come in ogni ambito, lavorativo o meno, c’è chi è sincero e chi non lo è. Il fatto che nei grandi gruppi editoriali coesistano case editrici da una parte, e giornali e riviste che recensiscono i libri di queste case editrici dall’altra, è un male enorme. È impossibile, anche solo a livello inconscio, non essere influenzati da questa situazione: e questo vale tanto per i critici quanto per chiunque altro. Ad esempio, male fanno gli scrittori ad accettare di recensire libri di autori che escono per il loro stesso editore: chiunque è legittimato a pensare che lo spazio critico, in questi casi, diventi un bieco spazio pubblicitario. E in più di un caso, se lo pensa, lo pensa a ragione. La manipolazione dell’oggettività di giudizio si smaschera in due modi. In primis, abbandonando l’idea che esista un’oggettività del giudizio. La critica è una disciplina, non una scienza, e chi la esercita vi porta dentro tutto di sé. Il compito del critico è quello di tendere all’oggettività: ben sapendo che non potrà mai raggiungerla. In secundis, è il lettore di un critico, di una recensione, che deve “incrociare i dati”: se vede che un giornale recensisce positivamente solo o quasi libri di una stessa casa editrice, deve iniziare a farsi qualche domanda.

Gli scrittori sono davvero sensibili alle punzecchiature dei censori?

Che siano sensibili è comprensibile; meno che replichino alle recensioni. È (dovrebbe essere) il gioco delle parti: loro scrivono i libri, i critici scrivono le recensioni a quei libri (il gioco, sia ben chiaro, funziona se questi ultimi fanno il loro lavoro al meglio, cioè se leggono interamente l’opera e lasciano fuori dal pezzo qualsiasi elemento che esuli dalla letteratura e dal giudizio di valore). Si dovrebbe chiudere tutto lì. Troppo spesso questo non avviene, e i motivi principali sono due: gli scrittori non sanno niente di critica, e non capiscono che esprimere un giudizio di valore su un libro non significa esprimerlo sulla persona fisica, reale, che l’ha materialmente composto. Nei casi peggiori, la risposta è: «Il pubblico è sovrano. Se un libro ha successo, è perché è buono». Chi afferma questo, dovrebbe essere in grado di dimostrare con degli argomenti validi, di conseguenza, che essendo il programma di gran lunga più visto della televisione italiana, “Grande fratello” è anche il migliore dal punto di vista estetico e contenutistico. Io, in merito, avrei dei dubbi.

Alberto Cocco
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