Caterina Murino: “JE SUIS SARDE”

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L’attrice a Sassari sospesa tra “Doppio Sogno” e realtà

Caterina Murino è la Marianne dei sardi.

Lontana dai rivoluzionari berretti frigi e l’insofferenza per la monarchia questa figura allegorica è sintesi di bellezza ed emancipazione. L’accostamento alla simbolica icona transalpina non deve sembrare irriverente per l’incantevole attrice cagliaritana. Caterina ha eletto la Ville Lumière casa e teatro naturale dei suoi impegni artistici e dei progetti futuri; e nella Francia trova un modello di organizzazione e diritti, che è rifugio dalla precarietà italiana.

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Caterina Murino nel 2010 al Giffoni Film Festival

E’ il volto della Sardegna che cambia e sveste il pessimismo, si apre al confronto con gli altri e ricerca nuovi orizzonti con silenziosa tenacia, prima di raggiungere il successo e l’equilibrio interiore.

Queste settimane di ritorno a casa sono state un arco di trionfo. Nel paese barbaricino di Mamoiada – il cuore delle antiche maschere del carnevale isolano – le è stata consegnato il prestigioso Mamuthone e Issohadore ad Honorem, destinato alle personalità che hanno onorato la Sardegna nel mondo con il lavoro e la fierezza delle radici. Caterina Murino si è commossa fino alle lacrime. Ha poi partecipato da madrina elegante ed applauditissima, a breve distanza dalla maestosa reggia nuragica di Barumini, in una serata di moda con le creazioni di velluto del grande sarto oranese Paolo Modolo. Ma l’abbraccio collettivo con la sua gente è stato nella tournée di “Doppio Sogno”, l’onirico ed amaro racconto di Schnitzler, che ha ispirato Stanley Kubrick ed il  celebre “Eyes Wide Shut” con Tom Cruise e la Kidman. Nell’adattamento del bravo Giancarlo Marinelli, che vede in scena anche la straordinaria Ivana Monti ed il misurato  Ruben Rigillo, l’artista supera se stessa in uno straordinario affresco di cinque differenti ruoli ed anime, prima della nuda realtà di una coppia da ricostruire con le luci dell’alba. Il ritorno di Caterina è stato salutato con l’amore di sempre. Aveva presentato pochi anni fa il sensuale “Dona Flor e i suoi due mariti” di Jorge Amado al Teatro Verdi: ed ora rotea i suoi meravigliosi occhi mediterranei nel foyer del nuovo auditorium comunale sassarese. Scopre – con una piega impercettibile del sorriso seducente – che i camerini del teatro sono a miglia di distanza dal palcoscenico, e si concede al nostro taccuino ed all’obiettivo del bravo Domenico Rizzo con una gentilezza antica, che è rigore e rispetto, educazione tradizionale sarda e piacere di consegnarsi all’ammirazione del suo popolo.

Foto: Domenico Rizzo

Foto: Domenico Rizzo

 

Caterina e la sua vita francese: che cosa è cambiato nel tuo cuore, dopo il tragico attentato fondamentalista nel cuore della grande città?

Il mio rapporto con Parigi non è cambiato. Hanno solo spento due o tre luci, ma insieme le riaccenderemo presto.

Che cosa c’è in Francia nella vita di un artista di teatro e cinema, che l’Italia deve invidiare ed imitare?

Il rispetto per il nostro lavoro. Le associazioni di categoria ed i sindacati si fanno sentire, ed i diritti sono una cosa seria ed inalienabile. C’è la certezza di una pensione e di una assistenza sociale. Si preoccupano persino della casa e delle vacanze. Esistono un’organizzazione ed un sistema nella difesa di questo mondo, tra istituzioni e case di produzione, che lo scenario italiano fragile ed irrisolto di oggi nemmeno si sogna.

Come sei riuscita a farti notare in Francia?

Questa domanda mi permette di sfatare una leggenda metropolitana sul mio conto. E’ la Francia che ha cercato me, e non viceversa. Ho imparato un po’ di francese in quattro mesi, e qualcuno ha notato il mio viso e l’intensità interpretativa. Ho fatto un film di richiamo e poi un altro, e sono arrivate le scritture. In Corsica ho presto ottenuto una grande visibilità. Non ho dovuto agitarmi personalmente e non ho mai mendicato il lavoro. Poi il breve ruolo nelle scene iniziali del film di James Bond mi è stato di grande aiuto, e nemmeno io avevo calcolato la portata mediatica di questo piccola partecipazione. Il mio legame con il cinema francese si è consolidato negli anni con un rapporto di fiducia reciproca.

Solo una domanda sulla tua complessa interpretazione di tanti ruoli nel “Doppio sogno” adattato da Marinelli: che cosa ti ha colpito nella lettura del regista e ti piace sottolineare?

La figura femminile nella piéce sembra apparentemente lieve e sottomessa alla storia. Ma con il trascorrere del tempo lo spettatore scopre la centralità del suo ruolo. La donna tiene le redini della vicenda con una autorità silenziosa e clandestina, che lentamente induce l’uomo all’analisi interiore. Mi ha ricordato il senso del nostro matriarcato. Non è stato sviscerato il solito clichè della coppia in crisi, che cerca di sottrarsi alla routine dopo i tradimenti virtuali e clandestini della mente. E poi è molto commovente l’omaggio alla tragedia del bambino morto per incuria, che è figlio autobiografico del dolore di Schnitzler per la scomparsa della figlia quindicenne. La pietà per un destino innocente si respira.

Alcuni registi hanno l’idea di un progetto di costruzione di un teatro mediterraneo. Ti senti un’attrice mediterranea, Caterina?

(Ride) Mi sento sarda. Mi sento un’attrice sarda. Je suis sarde!

Potrebbe essere il titolo del nostro articolo?

Perchè no? Volentieri! Se me lo prometti, mi fa piacere…

Hai mai pensato ad altri ruoli fra molti anni, se mai decidessi di ampliare le esperienze di questo mondo? Pensi alla regia?

Non penso minimamente alla regia. Non è nelle mie corde. Ma io adoro questa provvisorietà del nostro vivere, questo sentirsi sospesi… pensa che da bambina sognavo di diventare un buon medico! Aspiro alla produzione ed alla mediazione. Da molte parti mi attribuite un ruolo di ambasciatrice, che mi lusinga. Sono molto felice di tornare a casa, e con la mia presenza favorire la nascita di un film indipendente in Sardegna. Vedo molto fermento, ed è eccitante questa primavera creativa del nostro movimento. Mi devo innamorare del personaggio, ma la nostra regione ha tante storie da raccontare e tanti angoli da scoprire. La nostra terra è ricca di luce. Mi manca sempre il colore del nostro cielo e del nostro mare, quando sono via. Ma è luce, anche nel nostro modo di vivere e guardare negli occhi gli altri. Molti visitatori della nostra regione rimangono molto colpiti.

Ami i piccoli teatri o i grandi spazi?

Amo recitare. Il teatro ha mille forme. Mi piacciono gli antichi anfiteatri romani ed i grandi teatri, come i piccoli spazi per fare reading. Questa estate nelle Marche mi sono esibita in un minuscolo spazio con centocinquanta posti a sedere. Era bellissimo, sentivo quasi il respiro ed il battito del cuore dei presenti. Sul terrazzo del mio appartamento parigino, un pomeriggio ho radunato i miei amici e colleghi ed abbiamo messo in scena Molière. Il teatro è fantasia e libertà, invenzione e curiosità.

Che cosa ti attende nell’immediato futuro?

Chi lo sa? Ora esce “Ustica” di Martinelli, un coraggioso film dedicato al mistero della tragedia aerea italiana, che ancora chiede giustizia. Mi sono divertita moltissimo a girare “Bianco di Babbudoiu” con Pino e gli Anticorpi. Dovrei presto cominciare “Chi salverà le rose?” di Cesare Furesi, e sto esaminando altri progetti per il teatro ed il cinema.

La camaleontica espressività di un’attrice bellissima e di tecnica matura senza istrionismi presta corpo ed anima a cinque differenti figure femminili, nella notturna cavalcata tra dolore e dubbio, paura e rimorso, amore e gelosia, ricordo e presagio.

Caterina Murino è andata via dall’Italia e dalle lusinghe facili della televisione commerciale, con spirito di avventura ed un filo di incoscienza.

E’ arrivata ospite ed ha conquistato un popolo,  che non è mai tenero e generoso con gli italiani.

Ma la sua educazione ed il magnetismo naturale, la determinazione ed il sogno da raggiungere, la grazia internazionale e l’intelligente spirito di osservazione hanno permesso alla fanciulla di provincia la conquista di un ruolo internazionale nei teatri di posa.

Caterina è la nostra rivincita. Una Marianne da esibire con la bandiera ribelle dei quattro mori.

Alberto Cocco 

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