Bianca Pitzorno, Il sogno della macchina da cucire

Bianca Pitzorno, Il sogno della macchina da cucire

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intervista di Lalla Careddu – foto di Daniela Zedda
© riproduzione riservata

 

Il nuovo libro di Bianca Pitzorno: piccoli lettori crescono.

Incontriamo la sassarese Bianca Pitzorno in una delle tappe del suo tour di presentazioni del suo ultimo romanzo, Il sogno della macchina da cucire, uscito per Bompiani.  

La sala è gremita per questa signora cordiale ed affettuosa, che ha alle sue spalle innumerevoli successi editoriali, un passato di archeologa, insegnante, autrice televisiva e di teatro, traduttrice, ma soprattutto autrice per l’infanzia tradotta in moltissime lingue, anche se negli ultimi anni molto più spesso scrive romanzi per l’età adulta. 

 

Nel suo ultimo romanzo la macchina da cucire è un sogno. Perché? 

 Ogni volta che metto su casa controllo che ci siano due indispensabili strumenti: un trapano e una macchina da cucire. Di queste attualmente ne possiedo tre e le uso con grande piacere e con abilità. Un tempo tutte le donne sapevano cucire. Era una attività indispensabile, ovvia, come cucinare e pulire, per una vita ‘civile’ della famiglia e anche di una persona sola. Perché cucire diventasse un mestiere, venisse fatto per estranei e procurasse del denaro, occorreva una particolare abilità. Spesso, quando ammiriamo nei quadri antichi degli abiti particolarmente belli, complicati e sontuosi, non ci passa per la mente che sono stati tutti cuciti a mano. Invece così era, fino alla metà dell’Ottocento, quando l’invenzione prima e poi la produzione industriale delle macchine da cucire le rese accessibili anche ai privati. Però non erano oggetti economici e solo i benestanti se le potevano permettere. Le sartine più povere per decenni continuarono a cucire a mano, guadagnando così poco che a stento – come spiega dettagliatamente Eugene Sue nel romanzo L’ebreo errante – riuscivano a sopravvivere. Quando Cavour nel 1860 inaugurò le prime case di tolleranza statali la seconda categoria di disgraziate che per miseria cascavano dentro a quegli inferni, dopo quella delle le servette, era quella delle cucitrici. E per uscirne, attestano i documenti, oltre a mille controlli sulla ‘buona condotta’, qualche volta era sufficiente dimostrare di possedere una macchina da cucire. Ecco perché tutte le sartine sognavano di possederne una, così come il sogno di riscatto della classe operaia era il possesso dei mezzi di produzione. Ancora oggi nel terzo mondo, dove i nostri abiti a buon mercato vengono cuciti alla catena di montaggio in enormi fabbriche lager, per operaie e operai possedere la propria macchina da cucire con cui realizzare un abito dall’inizio alla fine resta un sogno che alcune O.N.G. cercano di realizzare. 

 

Se i poveri in questo romanzo piangono, le donne ricche non ridono 

 Non occorre una grande conoscenza della storia per sapere che, fino alle conquiste degli ultimi cinquant’anni, e solo nel nostro mondo occidentale, la condizione femminile comportava tranne rarissime eccezioni una mancanza di libertà soffocante, a prescindere dalla situazione economica. 

 

Perché ha ambientato nel passato il suo romanzo? Anche il precedente era ancorato al passato 

 Se non conosciamo il nostro passato, se non sappiamo da dove veniamo e quanti passi avanti abbiamo fatto e con quanta fatica, rischiamo di tornare indietro. Oggi purtroppo lo rischiamo anche conoscendo il passato. Quando nel 1973 Elena Gianini Belotti pubblicò Dalla parte delle bambine ed io nel 1979 Extraterrestre alla pari non immaginavamo che insegnare alle bambine che oltre a fare la calza potevano aspirare esattamente come un maschio a diventare calciatrici o astronaute, e ai bambini che giocando con le bambole potessero prepararsi a diventare papà accudenti (come per fortuna ne vediamo in giro dappertutto) venisse interpretato nei suoi comizi, da chi oggi ci governa, un atto di corruzione contro natura. Non è un caso che in questi primi giorni del 2019 la presenza di quel mio libro in un programma di educazione all’uguaglianza nelle scuole del Trentino abbia spinto l’assessora alle pari opportunità Segnana e quello all’Istruzione Bigatti a sospendere l’intero programma. 

 

Molte delle sue lettrici sono ancora le ex bambine che lei ha fatto diventare lettrici, i lettori bambini diventati uomini la sorprendono? 

 Le statistiche dicono che le donne leggono più degli uomini. E le bambine più dei bambini. Questo succede anche con i miei libri, quelli di una volta per i più giovani e quelli di oggi per adulti. Ciò che mi sorprende non sono i pochi maschi che leggono. Mi sorprende che la critica letteraria sia quasi esclusivamente in mano maschile. Leggono poco e in pochi, ma pretendono di essere i più bravi, se non gli unici, a saper valutare e giudicare. 

 

La domanda delle domande: è felice? 

Da ragazza ero, come molti altri giovani idealisti, entusiasta della figura di Raoul Follereaul’apostolo dei lebbrosi. Conoscevamo a memoria una sua preghiera che terminava con le parole: Signore, non permetterci di essere felici da soli. Non le ho mai dimenticate, e anche se per me le cose nella vita sono andate bene, quando mi guardo attorno come faccio ad essere felice? 

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