Il ritorno del figliol prodigo

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351px-Massimo_ChessaL’arrivo di Massimo Chessa è una nuova arma per i play-off

Massimo Chessa è tornato a casa da qualche tempo, in punta di piedi e con l’intima gioia di riassaporare antiche sensazioni. Il ritorno dell’ ex enfant prodige della Dinamo Banco di Sardegna  è stata davvero una buona notizia, per il roster di Meo Sacchetti. L’esilio sabaudo ci restituisce un giocatore vero, forgiato da un   minutaggio più ampio e da qualche stagione lontana dalle pressioni.   Il ragazzo era esploso presto, diventando un beniamino dei supporters sassaresi: rapido ed intraprendente, tecnico e buon tiratore. Era piuttosto da costruire il carattere, forse inibito dalla minacciosa ombra del confronto con Emanuele Rotondo, un fuoriclasse che avrebbe meritato di giocare nel Dream Team odierno. Ma ognuno ha il proprio karma: e questo privilegio ora spetta a Massimo Chessa ed il suo efficace tiro da tre, il passaggio ficcante ed una difesa molto più accorta e maschia dei teneri esordi.

Il ritorno del play-guardia indigeno è una buona notizia per tutti. La vittoria meravigliosa della Dinamo nella Final Eight del Palassago – una storica coccarda tricolore della Coppa Italia –  fra le altre cose ha dissolto la leggenda metropolitana della cupa rivalità tra Marques e Travis, primattori di spiccata leadership umana e professionale. Qualche piccolo assestamento all’ego dei due assi non si può negare, ma il carisma e la saggezza di Meo Sacchetti risolve questo ed altro. Ed ora la panchina consente delle rotazioni profonde, che fanno rifiatare i dodici atleti e garantiscono alla squadra un essenziale turnover atletico, dopo le grandi fatiche europeee; ed una gamma di soluzioni tattiche, che fanno cambiare l’abito per ogni genere di avversario e  problema tattico.
Gli ingaggi di Benjamin Eze, di Drew Gordon e Chessa sono un chiaro segnale di Stefano Sardara al campionato: Sassari non è sazia. Vuole preparare la kermesse degli scontri diretti con la massima determinazione, ed ha imparato dalla delusione canturina dello scorso campionato: alla festa bisogna presentarsi con l’abito giusto. Intanto il giovanotto è riapparso con la giusta mentalità. Entra subito in partita, assicura freschezza alla trazione anteriore del quintetto: e mostra la faccia tosta nel gioco rapido ed essenziale di Meo, scegliendo spesso il tiro da otto metri mortifero e Made in Banco. Il Piemonte ci ha restituito un atleta duttile e completo, che l’esilio sabaudo ha irrobustito nel temperamento e nella lettura della partita.

L’intervista

Che genere di impatto ti  ha atteso, subito dopo il rientro a casa?
E’ stata un’emozione unica. Questa è un po’ la mia seconda casa, e giocare in questo Palasport davanti ad un pubblico come il nostro è eccitante. E’ bellissimo indossare la canotta della Dinamo dopo qualche tempo.

Sei l’unico sassarese del roster. Senti la responsabilità?
Sono l’unico nato  a Sassari, ma non puoi dirmi che sono il solo. Ci sono amici come il capitano Manuel Vanuzzo e Jack De Vecchi, che giocano nella nostra squadra da una vita. Ormai sono perfettamente integrati, e sono più sassaresi di me. Abbiamo attraversato un periodo di flessione, ma la vittoria a Milano nella Final Eight di Coppa Italia è stata meravigliosa. Con questo spirito, ci diamo dentro da matti! La cosa che ha maggiormente  gli addetti ai lavori è la tua impressionante crescita fisica. Eri molto più esile, quando sei emigrato verso altri lidi…
Me l’hanno detto in tanti. Era il mio tallone di Achille, e mi impediva di farmi valere nella fase difensiva. Ora ho un approccio muscolare ed una mentalità diversa, e posso oppormi anche a giocatori molto più fisici. Gli anni di Biella sono stati essenziali: mi hanno chiamato ad un maggiore eclettismo, perché gli obiettivi della squadra erano molto diversi.

Sei stato chiamato nel recente passato anche alla collegiale della Nazionale maggiore. Una bella soddisfazione, eh?
Anche se parliamo della rappresentativa sperimentale è stata una grande gioia, ed ha arricchito notevolmente il mio bagaglio tattico. Tutto questo tempo lontano da casa mi ha garantito un bagaglio enorme di esperienze. Anche gli anni di esilio in Legadue a Verona e Torino, dove si gioca a velocità diversa e non sono tuttavia ammessi i cali di tensione.

Vogliamo fare scrivere a City & City il numero della tua maglia, che nel calcio è prenotato solo dai giocatori speciali?
Ho il numero dieci. Con il numero dieci gioca Massimo Chessa. Nella scorsa stagione era il numero di Bootsie Thornron, un grande campione che ha fatto la storia del campionato italiano e dell’Eurolega. Ma sono orgoglioso di avere ereditato questa casacca.

Il tuo sogno nel cassetto?
Non te lo dico. Mica lo vado a confessare a te. A parte gli scherzi, è naturalmente quello di non lasciare la mia città e la squadra del cuore per tanti altri anni, giocare davanti a questa tifoseria unica e vincere ancora qualcosa di molto importante.

Ico Ribichesu

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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