Il cammino del guerriero – Nel progetto di Salvatore Erittu il recupero del disagio giovanile

Il cammino del guerriero – Nel progetto di Salvatore Erittu il recupero del disagio giovanile

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Salvatore_ErittuUno su mille ce la fa, ma come è dura la salita.

Non è stato salutato da un’arrembante vittoria dei migliori giorni, il rientro sul ring del fighter isolano Salvatore Erittu. Il 33enne pugile di Porto Torres ha cercato di riprendersi il titolo italiano, inopinatamente perduto dal 2010 per una somma di contrattempi nella preparazione fisica ed una condotta ingenuamente generosa.

La sfida di febbraio al detentore nazionale Maurizio Lovaglio – sul quadrato del Palaraschi di Parma – si è chiusa con una battuta di arresto drammatica e quasi immediata, complice la scomposta voglia di strafare ed una condotta difensiva non particolarmente accorta. La noble art ha le sue regole antiche ed immutabili: non sono concesse distrazioni, che si pagano sempre a caro prezzo. Ma non finisce mica qui, dopo questo sfortunato assalto alla corona. Tore è un sardo di tempra dura. Ha fatto tesoro di questa dura lezione, e dall’amarezza di una sconfitta cova testardamente il proposito di gestire con altra sagacia la prossima occasione, quella che deve restituirgli la fascia tricolore. Nel mentre non si perde d’animo, ed utilizza il suo tempo libero con le idee imprenditoriali chiare ed un progetto di ampio respiro.

A Sassari è nata la sua palestra Boxing Team Erittu, che attraverso la pratica sportiva strappa alla strada ed alle mille tentazioni molti ragazzi dei quartieri popolari e li restituisce ad una vita raccomandabile.

Il nostro incontro saluta uno dei migliori boxeurs sardi delle ultime generazioni, e spalanca una finestra di aria pura al disagio sociale.

L’intervista

Nell’immaginario collettivo sei un campione dello sport, Salvatore. Ma sei un asso anche nella vita: gestisci ed educhi tanti giovani al sacrificio…

“Lo sport è una parte integrante della mia vita. Arrivo da una famiglia umile, ed ho conosciuto gli anni della miseria e dell’abitudine alla rinuncia. I miei genitori non potevano comprarmi abiti e scarpe firmate, ed ho abbandonato la scuola prima del tempo. L’attività agonistica è stata un’occasione di riscatto umano ed economico. Giocavo a calcio e calcetto, e devo dire che me la cavavo bene. Poi ho scelto questo cammino irto di ostacoli e sofferenze, che ha forgiato il mio carattere ed educato la mia disciplina. Ho iniziato a fare il pugilato in lieve ritardo a 23 anni, e mi piace trasmettere i grandi valori appresi ai ragazzi di oggi. Non è un momento facile per loro, con questi chiari di luna.”

Spiega meglio questo concetto…

“La boxe ti insegna a rialzarti dal tappeto dopo un brutto colpo. E’ l’essenza di questo sport: non stai lì a farti menare dall’inizio alla fine. Devi imparare a reagire ed esplorare i tuoi limiti fisici ed interiori. La nostra Sardegna è devastata dalla disoccupazione e dalla criminalità, e comincio a guardare con preoccupazione al futuro.”

I ragazzi di oggi non sono abituati a stringere i denti, dici?

“In qualche modo è così. Li abbiamo fatti crescere nella bambagia, davvero. Il mondo corre veloce come Internet, ed i nostri figli sono disorientati dai repentini cambiamenti. I giovani non sanno distinguere, ed incorrono spesso in amare disavventure: troppe maschere e pochi volti autentici. Io ho creato un progetto che deve durare nel tempo. Non pretendo che dal mio lavoro arrivi un fenomeno. Sto imparando ad affrontare i disagi sociali ed emotivi dei miei allievi con valori sani ed emozioni, che generano una sana aggressività. Voglio che la voglia di rivincite sulla propria vita iniziale sia incalanata nella giusta direzione…”

Ora farai solo da istruttore?

“No, la sconfitta recente mi brucia. Ma non mi arrendo, e mi riprendo il titolo italiano. Mi preparo in un clima ideale nei prossimi mesi. Nel mio staff ci sono mia sorella e Gavino Mura, Tommaso Perrone ed il Maestro Raffaele Cavalieri. Sai che suo figlio è uno dei miei più promettenti ragazzi? Questa cosa mi riempie di orgoglio. Sul ring sali da solo ed i colpi vanno sul tuo muso, in definitiva. Ma il lavoro di preparazione ed attesa è vissuto in una condizione di mutuo soccorso, come in una grande famiglia.”

Mi piace ricordare il tuo grande Maestro Alberto Mura…

“Come posso dimenticarlo? Tu hai preceduto le cose che mi preparavo a dirti per completare questi concetti. E’ stato il mio faro, la persona che mi ha insegnato ad essere un uomo prima che un ottimo atleta. Mi ha insegnato lealtà ed educazione, rispetto e determinazione. Un padre ed un fratello, che portava in palestra motivazioni ed idee, sentimenti ed insegnamenti morali. La sua vigorosa stretta di mano era un contratto. Naturalmente anche lui incrociava qualche mela marcia. Ma era raro che dovesse arrendersi, e molto più spesso trasformava i ragazzi ribelli ed insofferenti in pugili maturi e giovani equilibrati. Un potenziale campione non raggiunge l’obiettivo, se prima non crei l’uomo. Questo è il senso del mio lavoro, che voglio testimoniare e raccontare ai miei ragazzi.”

Ico Ribichesu

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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