I racconti de “La Medusa”

I racconti de “La Medusa”

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Cegghi a un occi“Cegghi a un occi”

Che strana amicizia tra Baciccia e Mario Melis. Una convivenza per così dire concorrenziale, con qualche contrapposizione, ma con una grande complicità. Battute velenose scambiate a raffica, reciprocamente, in presenza di altri e continui complotti – intesi come feroci scherzi – nei confronti di tutti. Amici o conoscenti che fossero. Di tanto in tanto, se non avevano sotto mano una vittima interessante, la voglia di fare scherzi poteva essere consumata tra loro: l’uno contro l’altro.

Intanto, per chi non ha vissuto quei tempi, chi sono i nostri due?

Baciccia è Battista Martellini nato nel 1910, protagonista, da sempre, dello sport turritano. Anima di tutte le attività sportive. Da giovane è stato un ottimo, mezzofondista a livello nazionale. Più tardi ha scoperto la boxe divenendo uno dei migliori allenatori italiani; certamente uno dei primi tre, paragonato al mitico Steve Klaus con il quale divise la responsabilità della squadra olimpica.
Grazie alla sua straordinaria capacità di preparatore, gli si riconosceva il titolo di Maestro. La sua palestra era un punto di riferimento per la boxe nazionale poiché sfornava in continuazione piccoli e grandi campioni: Solinas, Fiori, Altana, Striano, i fratelli Jacomini, Mura e tanti, tanti altri.
Oggi, non tutti ricordano che per tanti andare in palestra, allenarsi, diventare un pugile di Baciccia significava mangiare. Sì, mangiare. Uscire da Porto Torres, vedere un pezzo di mondo: il continente, per qualcuno addirittura l’Europa e l’America.

Baciccia, il Maestro era al centro delle serate dei ‘vitelloni’ turritani. Attorno a lui c’era sempre una corte di pugili, ex pugili e aspiranti pugili, spesso nullafacenti o “campaddoggi” e, poi, gli studenti che pendevano dalle sue labbra quando (sempre!) cominciava a raccontare aneddoti sulla Porto Torres del passato. Racconti di grandi scherzi e grandi zuffe. Racconti di mille pettegolezzi che, una volta consegnati al volgo, venivano arricchiti di bocca in bocca e tutti, in seguito, giuravano di essere stati testimoni oculari di fatti inventati di sana pianta.

Ricordo che una volta abbiamo anche scientificamente testato quanto impiegasse un pettegolezzo inventato lì per lì a ritornare dai primi divulgatori. Raccontato un fatto inventato ad un casuale, involontario complice, il pettegolezzo veniva raccontato da una persona diversa dalla prima dopo appena due ore. Nel frattempo, era stato in modo immaginifico impacchettato, infiocchettato ed accompagnato da testimonianze del fatto, tutte rigorosamente oculari.

Sede, circolo, club, culla, centro di ritrovo, nursery (ma allora non si diceva) di tutta questa attività era il mitico bar/caffè “La Medusa”, casa di tutti i vitelloni di Porto Torres. Ufficio e residenza, lontano dalla palestra e dalla sua privata abitazione, del nostro Maestro Baciccia.

Inconfondibile segno di riconoscimento di Baciccia era l’essere orbo, “ceggu a un occi”, esattamente come l’altro nostro, Mario Melis.

Mario è barbiere e quindi a contatto tutti i giorni con tantissime persone che passano nella sua bottega per barba e capelli. Per il giornale a scrocco e gli ultimi pettegolezzi. Per stare con qualcuno e avere qualcuno con cui scambiare una parola, anche se aspra.

Quello di Mario è un ruolo, per così dire, sociale oltre che di igiene. E lui  lo sfrutta fino in fondo assorbendo informazioni- leggasi “ciarameddi”- dando consigli spesso volutamente “cionfraioli”, assolvendo, comunque, al suo dovere con grande dedizione, seppur con incommensurabile  stravaganza. Anche lui, come dicevamo , è orbo e questo lo accomuna naturalmente a Baciccia.

Sino a qualche tempo fa, a Porto Torres, non potevi rispondere, seppure in modo gergale: è “lo stesso” e “lu matessi”, poiché, immancabilmente, c’era qualcuno che sottolineava che “lo stesso”, “lu matessi” è Baciccia e Mario Melis “cegghi a un occi” . Non so se questa mutilazione fosse all’origine della loro amicizia, ma certamente l’aveva fortificata e  faceva dei due una copia temibile sul piano ironico.

Arrivò il giorno di un grande avvenimento. Il Maestro si vide recapitare un telegramma. Ricordiamo che erano gli anni ’50 ed i telegrammi non erano all’ordine del giorno; per la gran parte dei casi portavano notizie di decessi di parenti lontani e quindi, mal visti.
Ma Baciccia era un duro, coraggioso e, soprattutto, non aveva parenti lontani di cui gli importasse, quindi, aprì il telegramma con una certa tranquilla curiosità. “Da F.P.I. (Federazione Pugilistica Italiana) al Maestro Battista Martellini  c/o Palestra Gruppo Sportivo Turritano, Porto Torres.”

Caspita! Se è indirizzato a Battista e non Baciccia allora è una cosa seria!

Al Maestro Battista Martellini: presentarsi improrogabilmente  sabato 25  p.v. ore 19:00, presso sala teatro a Sanremo, per rappresentare Italia contro rappresentanza francese con seguenti categorie: peso mosca, peso leggero e peso gallo. Peso welter e welter pesante. Peso medio, peso medio massimo. Firmato…. della F.I.P

Il peso massimo no, perché Porto Torres il massimo non lo ha mai avuto.

Chissà perché!?! Caz… pita! A Sanremo! A Sanremo “semmu la nazionale”! Semmu la nazionale!

E’ il sogno che si avvera, è la definitiva consacrazione nell’empireo della boxe italiana ed europea. Il riconoscimento delle capacità, delle qualità, della forza della scuola pugilistica turritana e del suo mentore Baciccia.

In un lampo, la notizia fa il giro della città. A dire il vero, non tanto grande, allora. Giusto un paese che si eccita, si sente importante. Partecipa all’emozione dei diretti interessati e alla preparazione della partenza con tutto ciò che ne consegue: chiamare gli atleti, fare la scelta giusta, preparare i bagagli con tutte le attrezzature – compresa un’acqua che Baciccia portava sempre con se, che tanti ritenevano benedetta. Baciccia non disse mai una cosa del genere, ma era intelligente; conosceva la psicologia degli atleti e sapeva che se avessero creduto fosse un’acqua speciale, avrebbero confidato anche nelle sue (dell’acqua) capacità taumaturgiche. Si sarebbero sentiti più protetti e, quindi, più forti.

i-racconti-de-la-medusaScegliere i migliori non è facile. Sono tanti i bravi in quella palestra, ma, soprattutto, tutti vogliono andare. Partire. Sanremo è un sogno che si avvera. E’ mangiare bene per almeno quattro giorni. E’ dormire in albergo con le lenzuola pulite: “Ma avveru?”  “Eia, avveru!!” Significa tornare a casa con quelle lenzuola, con posate almeno di acciaio, con asciugamani quasi nuovi. A Sanremo c’è il Festival, “Gira gira zi femmu puru una cantadda!
E’ l’eccitazione per l’avvenimento. E’ l’orgoglio di un paese povero, periferico, che emerge una volta, almeno quella, per qualcosa di importante. Ed il pugilato, allora, (lo dico per i più giovani) era veramente una cosa importante.

I biglietti, bisogna fare i biglietti alla Tirrenia. “Si! Ma ca pagha?” Una parte il Gruppo Sportivo Turritano, attraverso il suo Presidente che  farà parte anche lui della comitiva in partenza, il resto lo si recupera con una grande colletta in città.

Gli atleti prescelti sono gasatissimi, soprattutto, per i motivi di cui sopra. La città li coccola. “Sono i nostri ambasciatori”, dice il trombone di turno, “Porteranno alto il nome di Porto Torres nei lidi continentali”. Le famiglie degli atleti erano più interessate a quello che avrebbero portato a casa come appunto dicevamo. Ma tant’è. In quelle occasioni anche il trombone fa aria di festa.

E arriva così, con questa atmosfera di somma eccitazione, l’ora della partenza.
La nave è lì, bianca, grande. Appare ancora più grande nel porto piccolo. È il “Civitavecchia” nave di linea trisettimanale con Genova. Il tanto sperato collegamento con il mondo esterno. Allora ormeggiava alla banchina Dogana, davanti al varco centrale, quello dietro la torre.

E’ giunta l’ora. Gli atleti, l’aiutante all’angolo, il Presidente della società, Baciccia sono già a bordo. Si affacciano alla murata per salutare un mare di gente. Tutto il paese è li a salutare gli eroi, i guerrieri che, senza alcun dubbio, avrebbero portato la vittoria a Porto Torres. Alla Sardegna. All’Italia!!!

Saluti. Fazzoletti che sventolano, lacrime di mamme, mogli, fidanzate. Uno sbracciare generale. E l’incitamento sportivo (rispettoso!?!) dello spirito decoubertiano: Ammazzeddiri!!!

L’ora è fuggita: la nave è pronta, gli ormeggiatori sistemati alle cime. Il pilota a bordo si sporge con il comandante dal ponte di comando per controllare che tutto sia a posto. Gli ultimi saluti, gli ultimi baci spediti sulle dita, le ultime raccomandazioni… scrivimi! Cosa assai improbabile perché sarebbero stati a Sanremo meno di quattro giorni. Ma, ancora di più, perché non tutti sapevano scrivere. Solo gridare:  “Scrivimi!” Faceva tanto cinema. 

Dalla nave esce una fumata ancora più grande e più nera e si sentono i motori andare su di giri quando… Dal cancello entra in porto una figura calma, lenta, sola, che si ferma dietro la folla che ancora saluta.  Guarda con noncuranza, apparentemente senza mostrare particolare emozione o interesse.

Nessuno lo vede. Nessuno ci fa caso. E, anche allo sguardo di chi lo nota, appare come una presenza assolutamente normale; una tra le tantissime presenti, uno del paese che viene a salutare l’orgoglio del paese. E’ normale, no?!? Lo scorge Baciccia che, come gli altri partenti, è appoggiato alla murata. Sebbene lui non si faccia coinvolgere da saluti e smancerie, si vede lontano un miglio che sia contento. Orgoglioso, felice. Al settimo cielo per quello che sta accadendo, poiché è tutto merito suo. Lo vede e seppure la figura non accenna ad alcun gesto, non fa alcuna smorfia, ne grinza, ne “incrivvidda” non sbatte in modo particolare l’occhio… l’occhio? Gli occhi! No, l’occhio! Baciccia riesce a catturare quell’occhio con il suo occhio e…”Mario! Mario,la bagà…!!!
E’ in un attimo, ma cosa un attimo! In un milionesimo di un attimo, stentorea si sente la sua voce:”TUTTI A TERRA!! E’ UNA BUFFUNATURA!!“.

E di uno scherzo si trattava. Una “buffonatura” feroce messa su da Mario Melis con una telefonata ad un suo conoscente di Sanremo, il quale spedì il telegramma. Uno scherzo alle spalle del suo amico Baciccia che ci era cascato insieme a tutto il paese sino a quando … sino a quando i loro due occhi – uno dell’uno e uno dell’altro – non si erano incrociati come due lame di fioretto. E la guardia attenta di Baciccia aveva potuto evitare l’affondo mortale, solo all’ultimissimo istante, quando la punta della lama era già alla gola!

Tutti scesero a terra e mestamente rientrarono nelle loro case; alcuni  maledicendo Mario, altri ridendo per lo scherzo. I più rimpiangendo pasti caldi, lenzuola, asciugamani e posate d’acciaio.

Anche Baciccia, dopo la delusione iniziale, più per la pigliata per il culo nei suoi confronti, che per il mancato viaggio, accettò lo scherzo sportivamente  (beh! Era o non era il massimo rappresentante dello sport?).

Ma già dall’attimo successivo stava tramando la vendetta, che sarebbe stata improvvisa, inaspettata e crudelissima. “Zi vidimmu” in “La Medusa”!

Eugenio Cossu
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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