I misfatti della Criminalpol/6

I misfatti della Criminalpol/6

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È la sera del 2 novembre del 1967. Sulla Nuoro-Bitti è in servizio una pattuglia della Polstrada. Gli agenti intimano l’alt ad una Fiat 850 dalla quale improvvisamente salta fuori una persona, poi identificata nell’ex latitante di Orune, Nino Cherchi, che, secondo l’accusa, avrebbe ferito di striscio con una coltellata al fianco l’agente Giovanni Maria Tamponi, dandosi poi alla fuga. Il capo pattuglia, che si trovava sull’altra parte della strada, sparò per difendere il collega colpendolo mortalmente.

A questo punto gli agenti e il funzionario della Questura da cui dipendevano tentano di coprire la verità addossando un omicidio al latitante Nino Cherchi. Viene disegnata una falsa quanto fantasiosa ricostruzione della vicenda secondo la quale Cherchi era sceso dall’auto impugnando un coltello (con cui aveva ferito l’agente Tamponi) e un fucile. Vengono fatti sparire i proiettili e infine manomesso il mitra che aveva sparato cui vengono sostituiti la cassa e la canna.

Un fatto gravissimo che i periti della difesa smontano con un lavoro certosino. A questo si aggiunge l’azione appassionata di denuncia delle stranezze contenute nel rapporto della polizia, fatta dal penalista nuorese Giannino Guiso, difensore di Cherchi, e il rimorso dell’agente involontario colpevole della morte di Tamponi. A questo punto erano venuti alla luce tutti i tentativi dei funzionari di polizia di creare false prove contro l’ex latitante consentendo di accertare la verità dei fatti.
Il 24 maggio del 1976, dopo undici anni di indagini, il pubblico ministero del Tribunale di Nuoro ha rinviato a giudizio due funzionari della Polstrada per aver avallato un verbale falso; Nino Cherchi per lesioni aggravate avendo ferito con un coltello l’agente a lui più vicino; il capo della pattuglia Salvatore Stracuzzi accusato di omicidio colposo e altri due agenti per falso in atto pubblico.

Ma la vicenda Tamponi-Cherchi e i fatti di rilevanza penale che l’hanno caratterizzata non è stata certo l’unica in quegli anni. Anzi, la tendenza a truccare le carte per attribuire alla polizia meriti che non aveva nella lotta al banditismo era piuttosto diffusa. Sassari Sera denunciò un episodio molto grave emerso durante un processo davanti alla Corte d’Assise di Oristano per una rapina commessa ad Ovodda.
I tre imputati dissero ai giudici di essersi costituiti in seguito alle insistenze di “un uomo con la barba” che aveva consegnato loro, come compenso, alcune centinaia di migliaia di lire. Quel signore con la barba era il vicequestore Mangano, alto funzionario di polizia che in precedenza si era ben guardato dal precisare ai magistrati che i tre si erano costituiti. Anzi, aveva lasciato intendere che l’arresto era frutto dell’azione della Criminalpol e dei Baschi blu. Ma gli imputati ribadirono: “Non ci hanno arrestato, ci siamo costituiti”. Accusa grave per Mangano che, omettendo di dire il vero al magistrato, “avrebbe compiuto almeno due reati: la falsità del verbale d’arresto e la falsità di quello trasmesso al giudice istruttore”.

Un altro caso, ben più grave, si verificò nel sassarese ed ebbe come protagonista il vicequestore Giovanni Grappone trasferito in Sardegna dalla sua bella Milano. Tra le forze dell’ordine si diceva allora che chi ambiva a ottenere una promozione doveva essere in Barbagia a caccia di latitanti. A Sassari per un funzionario ambizioso come Grappone, che era solito lavorare con alcuni confidenti, sarebbe stata dura. Il vice questore lo sapeva bene. Così ogni tanto in città o nei dintorni cominciarono a verificarsi rapine e lui, con la consulenza dei confidenti, poteva attribuirsi la cattura dei responsabili. Tutto andò bene per lui fino al giorno in cui nel corso di una conferenza stampa relativa ad una fallita rapina al Motel Lybissonis di Porto Torres annunciò cinque arresti mentre due pezzi grossi, disse, erano sfuggiti ai suoi uomini.

Era il 14 agosto del 1967 quando, secondo le parole di Grappone, la polizia circondò un ovile di proprietà del pastore Umberto Cossa, personaggio con precedenti legati al mondo delle campagne. “I miei uomini gli hanno intimato l’alt ma lui ha estratto la pistola, ha sparato un colpo e si è dato alla fuga”.
E aggiunge: “Abbiamo il fondato sospetto che il Cossa sia il colpevole di due delitti commessi a Porto Torres nel 1958 e a Osilo nel 1959”.Un mese dopo il “latitante” Umberto Cossa si presenta nella redazione della Nuova Sardegna e chiede di parlare con un cronista: “Quello che ha detto Grappone è falso” dice Cossa davanti ad un registratore. “Non ho una pistola ma soprattutto è impossibile che io abbia compiuto i delitti citati dal vicequestore. In quel periodo ero in carcere”. Cossa chiese che venisse chiamato un ufficiale dei carabinieri e si consegnò a lui. La Procura ordinò un’inchiesta. Vennero sentiti tutti gli arrestati ed emersero storie di torture subite ad opera della polizia in uno scantinato della prefettura.

Il pubblico ministero ordinò l’arresto di due commissari e di un brigadiere per lesioni personali, abuso di autorità, violenza privata, falso ideologico in atto pubblico e calunnia. Ma in carcere non trascorsero neppure un giorno.
Sulla vicenda un grande giornalista, Gigi Ghirotti, inviato della Stampa, scrisse il libro “Mitra e Sardegna”. In due righe la descrizione esatta del clima che si viveva allora in Sardegna: “Per l’arresto di uomini della polizia le testimonianze, le prove, le controprove, i verbali, le perizie non sarebbero mai abbastanza”.

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