I MIEI CANDELIERI

I MIEI CANDELIERI

Share Button

di Eugenio Cossu

Nicola Sanna: «La Festha, un momento nel quale la città si ritrova unita senza distinzioni»

C’era una volta un bambino, nato in Germania da babbo sardo, che sognava di portare in spalla, insieme ad altri 7 intrepidi, un grosso cero in processione. Sognava di farlo tra due ali di folla, al ritmo cadenzato di tamburi, in un’atmosfera rovente di agosto.
Sentiva già la gente lodarlo per la sua forza e vantare la sua resistenza fisica. Cresceva quel bambino e il sogno prendeva forma. Sarebbe diventato un Portatore e un uomo con fascia tricolore trasversale gli avrebbe teso la mano, a zent’anni, si sarebbe sentito augurare in un cerimoniale vecchio di mezzo millennio dal fiero primo cittadino di una città in festa.
Mai quel pizzinnu bizzoni si sarebbe aspettato che la spalla, ornata di bianco rosso e verde, sarebbe stata sua; e sua la mano dispensatrice di auguri lunghi un secolo.

Benvenuto sindaco. Lei è nato in Germania, quando è arrivato a Sassari e quando ha iniziato a sapere qualcosa dei Candelieri?

Sono nato in Germania da padre sassarese di origine osilese e madre pugliese. Sono rimasto in Germania fino ai 4 anni.

Quindi fino a quell’età né pifferi né tamburi…

No, non era ancora musica per le mie orecchie! Ho cominciato a vedere i Candelieri intorno ai sei anni. Da bambino abitavo in via Maddalena, al centro storico, e con i compagni ci divertivamo a fabbricare il nostro mini-candeliere. Usavamo le cassette della frutta; all’epoca in zona c’era il mercato all’ingrosso ed era facile reperirle. Ne mettevamo una a testa in giù, con un pezzo di legno più grosso facevamo il cero, con due bastoni di scopa le stanghe e addobbavamo il tutto alla bella meglio. La cosa più bella però era metterselo sulle spalle e imitare i grandi.

E i tamburi?

Fustini del Dash a testa in giù e si picchiava sul fondo. Poi si curiosava nelle botteghe; in via Maddalena ad esempio c’era la falegnameria Russo che ospitava e restaurava il Candeliere. Fabbricava anche nuovi tamburi, li provava ed ecco che si respirava aria di Faradda. Ambivamo a portare il Candeliere naturalmente, non certo per sciogliere un voto; a quell’età era una semplice manifestazione di forza fisica!
Fu negli anni di Anna Sanna (sindaco tra il ’95 e il 2000 N.d.R.), che si decise di dare dignità ai mini e ai medi Candelieri. Prima ci si infilava e si cercava di sfilare prima dei grandi, creando una confusione tale che spesso ne impediva l’arrivo a Santa Maria entro la mezzanotte.

Come sono cambiati i Candelieri nel tempo?

La festa aveva una base popolare che si è sempre mantenuta, un sentimento nel quale la città si ritrova unita senza distinzioni. La curiosità di partecipare, l’attesa, il contatto umano e persone che si spostano come onde per inseguire i balli, sono aspetti che restano immutati.

E tra Portatori e Gremianti è cambiato qualcosa?

Negli anni 70 capitava che i Portatori venissero reclutati tra le compagnie di facchinaggio e retribuiti per la discesa. Negli ultimi anni si è dato più valore alla compostezza e alla religiosità; l’Arcivescovo Paolo Atzei ha introdotto una cerimonia che si svolge poco prima dell’inizio della Faradda nella Chiesa del Rosario; Portatori e Obrieri di Candeliere si ritrovano per un momento di riflessione religiosa. Quest’anno avremo la preghiera del portatore, so che monsignor Saba ci farà questo dono.
I Gremi hanno mantenuto forte religiosità con un’attività che si svolge durante tutto l’anno, principalmente legata al proprio patrono; non dimentichiamo l’organizzazione stessa del Gremio: nasce come una sorta di corporazione di mutuo soccorso ante litteram a favore delle famiglie in difficoltà.

Negli ultimi anni si e voluto dare rilievo pubblico a cerimoniali privati legati alla manifestazione.

E’ cosi. La vestizione per esempio si viveva in privato nella casa dell’Obriere dell’anno; ora è venuto alla luce anche tutto il lavoro femminile: la preparazione di addobbi e bandiere, i ricami. Momenti intimi che negli ultimi 15 anni i Gremi hanno reso pubblici; ora sappiamo ciò che veniva tramandato di padre in figlio, di gremiante in gremiante sul ritmo dei tamburi per l’alzata, per il ballo o per il riposizionamento per terra del cero. Tutti cerimoniali oggetto di studi etnografici, cinque secoli di tradizioni che l’UNESCO ha dichiarato patrimonio immateriale dell’umanità.

Applausi o silenzio al passaggio delle autorità: un’usanza che si è trasformata con il passare del tempo.

Sì, qualche frusciu a la sassaresa con il tempo si è trasformato in proteste organizzate con i fischietti; qualche turista avrà pensato che facessero parte della tradizione… Ma è più forte  la volontà dei sassaresi di vedersi rappresentati dal primo cittadino; stringo talmente tante mani quel giorno che a fine giornata ho un risentimento doloroso tra mignolo e anulare! E poi c’è il momento magico per eccellenza, quello dell’intregu con il brindisi a Zent’anni.

Sarebbe bello durante la discesa parlare solo sassarese…

Sarebbe bello, magari riscoprendo vocaboli che sono andati perduti. Di recente abbiamo ottenuto un finanziamento in proposito e daremo ai cittadini la possibilità di poter interloquire in sassarese all’ufficio anagrafe.

A Zent’anni signor sindaco. E a milli anni pa Sassari!

 

CATEGORIES
TAGS
Share This

COMMENTS

Wordpress (0)
Disqus (0 )
Show Buttons
Hide Buttons