GUERRA E… PACE

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“Bomba o non bomba” è uscito il nuovo disco dei Joe Perrino’s GROG

di Angelo Pingerna

L‘incontro con Joe Perrino è al The Hor di Sassari. I Grog presentano ufficialmente il loro nuovo cd “Bomba WW La Guerra”. L’album è uscito il 15 Dicembre ed è già diventato un caso nazionale. Tantissime le recensioni della stampa specializzata, che lo celebra come un album fuori dalle righe e di assoluta bellezza. Con Joe Perrino ci sediamo di fronte al palco, sorseggiando due birre come due vecchi amici, e iniziamo la chiacchierata, sollevando il tono della voce, visto che John Solinas, Jim Solinas, Marcello Capoccia e Gabriele Lobina, stanno pestando duro durante il soundcheck, mettendo a dura prova l’impianto e le nostre orecchie.
La sera, il concerto si è rivelato un grande happening, con il locale colmo di gente, un suono potente, nonostante qualche piccolo problema tecnico. La band ha suonato alla grande con grandissimo trasporto, creando un bell’insieme con Joe Perrino che, come al solito, non si è non si è assolutamente risparmiato né fisicamente e tantomeno vocalmente.

Bomba WW La Guerra è uscita già da due mesi, come ti è sembrata l’accoglienza da parte della stampa?

L’accoglienza di Bomba per ora sembra più che ottima. La fatica e i nostri sforzi sono stati ben ripagati. In tutte le recensioni è stato colto il significato del disco. La rabbia, la preoccupazione nei confronti del mondo falcidiato da tantissime guerre. Se dovessimo mettere su una carta geografica un puntino rosso per ogni guerra o conflitto, la cartina sembrerà “affetta” dal morbillo. Si combatte ovunque. Sono convinto che sotto tutto questo ci sia un disegno architettato da gruppi di influenza, multinazionali, finanza e governi. Un disegno chiaro che contribuisce a sollevare il Pil di “determinate nazioni”. Coadiuvati dalla stampa che non fa altro che rimbambire le persone rendendole sempre più timorose ma anche, ad un certo punto, abituate a tutto. Dunque per questo BOMBA WW LA GUERRA:

‘Parliamo un po dei testi del disco. Bomba!, la canzone apripista del disco ha un velato riferimento alla Palestina. Puoi dirmi qualcosa di più?

In Bomba il senso del testo non è apertamente dichiarato, ma in questa intervista lo dico ben volentieri: parlo della questione Israelo-Palestinese.
È ormai alla luce del sole che i militari israeliani, alla ricerca di “pseudo” terroristi, fanno irruzioni notturne, ormai anche durante il giorno, compiendo degli autentici massacri e terrorizzando la popolazione palestinese. Questo mi spaventa, e lo dico con cognizione di causa, avendo letto molta letteratura locale, compresi i vari Gossman, Yeoshua. E leggendo ti rendi conto, che questo conflitto al momento sembra irrisolvibile. A mio parere la Palestina dovrebbe essere riconosciuta come stato, in grado di poter difendere i propri confini.
Quantomeno per contrastare questa sudditanza nei confronti di Israele. Ci sarebbe da fare un “giorno della memoria” tutti i giorni per i genocidi e le vittime della guerre che abbiamo quotidianamente sia in Palestina che in tutto il mondo. Il “giorno della memoria” uguale per tutti e non solo per le vittime dell’Olocausto.

A mio avviso “La più grande delusione” è uno dei testi fra i più belli del disco. “Perché la più grande delusione”?

Il testo è stato scritto molto prima della musica. Tutto è partito da una mia “questione” familiare. Esattamente quando bocciarono mia figlia a scuola. L’avevo vissuta come una cosa molto tragica, proprio come una grande delusione. Un grande dispiacere che mi aveva portato a riflettere sulle nuove generazioni. Ultimamente sono stato invitato diverse volte nelle scuole e nei licei per parlare con i ragazzi e le ragazze. Ho dato il mio contributo raccontando le mie esperienze di vita. Li ho trovati come chiusi dentro una loro bolla. Molto disillusi, poco creativi e fondamentalmente poco attenti a ciò che succede nel mondo. Troppo connessi con telefoni, pc e distorcendo completamente la realtà della vita. Costruendo la loro vita reale sul nulla, su cose materiali. Ecco, questa è la mia più grande delusione, vederli, dopo tutti i sacrifici e le battaglie che abbiamo fatto.Nella canzone dico: “hai banalizzato e vanificato tutte le mie conquiste con un clic, svogliatamente”. Mentre noi abbiamo combattuto e sofferto, anche solo per avere i capelli lunghi, la cresta, i tatuaggi, o semplicemente poter indossare dei giubbotti in pelle, o degli anelli con il teschio. Era già una trasgressione.
Ora tutte queste cose sono relegate nella normalità. Anche le nuove band puntano tutto sul look e sull’apparire che sulla musica. La voglia di comunicare con le canzoni passa in secondo piano. Mi sembra tutto artefatto. Pensano che basti avere tutto l’armamentario esterno per essere dei rocker, ma non è assolutamente così.

“La Tua Piccola Hiroshima” e “Oltre il dolore dell’incomprensione” hanno un comune denominatore, se non sbaglio?

Sì, il tema ricorrente è la fiducia tradita nel rapporto di coppia. La ricerca spasmodica del piacere e del sesso perfetto. Ma non solo, c’è anche la confusione fra sesso e sentimenti. È probabilmente Il segno dei tempi, o forse, probabilmente, è sempre stato così? Comunque mai, come in questi ultimi decenni, i rapporti di coppia sono stati così complicati.

Se dovessi fare un confronto fra “Bomba” e l’“Esercito del male”, come vedi i due dischi adesso?

Sono due dischi abbastanza affini. In Bomba c’è una sevoluzione, dal punto di vista musicale e del lavoro svolto da parte dei Grog. Le tematiche sono invece diverse. Nell’ultimo disco sono più concrete e più attuali, affrontando in modo deciso l’ambiente sociale odierno. Mentre L’esercito del male era incentrato in un modello di protesta diversa, più interiorizzata. Cantavo la mia frustrazione e il senso di impotenza in maniera molto autobiografica. Queste sensazioni le trovi anche in Bomba, ma qui la rabbia e la delusione e il senso di smarrimento sono molto più marcati. Oltretutto gli inserimenti dell’elettronica fra le varie canzoni, e alcuni passaggi “parlati” restituiscono un taglio quasi “concettuale”. Ritengo lo si possa proprio definire un concept album.

Foto: Antonello Franzil

In Bomba avete tirato su il livello dei “featuring” (Partecipazione e ospitate di musicisti ndr). Ci puoi dire il perché della tua scelta?

Pino Scotto l’ho voluto avere nel primo disco perché è una sorta di zio di tutti i rocker italiani, e ovviamente lo è naturalmente anche per me.
La considero una brava persona, sincera e onesta. Perennemente incazzato sulle dinamiche del mondo, più o meno come me. Lui va più di pancia e di istinto, mentre il mio pensiero è più ragionato e ponderato.
Nel disco nuovo c’è anche Gianni Maroccolo che ha lavorato su Madre registrando i bassi. Ho scelto lui perché la nuova versione, presente in BOMBA, ha un’aria Trip Hop e mi ricordava un po’ le atmosfere di “Luce sull’acqua” di Joe Perrino and the Mellowtones, dove Gianni Maroccolo oltre a fare il produttore, allora registrò anche le parti di basso.
Per questo ho pensato di chiamarlo e poi, (ride ndg), senza fare i bugiardi e gli ipocriti, averlo nel disco ci ha dato anche un po di visibilità in più, viste le sue collaborazioni con i Litfiba e i CSI.
Invece Gianluca Perotti, cantante degli Extrema, l’ho voluto per urlare la rabbia; anche lui è un urlatore e volevo proprio il suo sostegno nel brano che dà nome al disco.
Per quanto riguarda Ergobeat è stato scelto perché ha un modo di esprimersi molto schietto e diretto, ma non invadente. Dice le cose giuste nei momenti opportuni durante le canzoni. Ha dato un colorito a tutte le canzoni con l’elettronica. Avrebbero dovuto esserci anche i Menhir di Nuoro per aggiungere delle sfumature nel loro stile Hip Hop, ma erano oberati di impegni.
Devo constatare però che in generale le collaborazioni con altri artisti, riescono meglio OltreTirreno. Tra noi sardi, vale sempre il detto centu concas centus berrita.
Ma è una guerra tra poveri. Collaborare dà una maggiore forza sul difficile mercato discografico. Ricordiamo che alla fine decide il pubblico, dunque, fare la strada sempre da soli serve a poco e non conviene a nessuno.

Sei nel giro ormai da 36 anni. Possiamo chiamarti il veterano del Rock’n’roll, di quelli che la “guerra” l’hanno vissuta negli anni migliori. Quale tuo periodo artistico ricordi con più piacere?

Sì, sono on the road dal 1982, quando iniziai con la mia prima band, gli SS20, suonando hard core punk. Ho spaziato tra generi diversi in tanti gruppi. Con Joe Perrino and the Mellowtones, gli AD Show a Londra, gli Elefante Bianco, Operaio Romantico, i Rolling Gangster, Canzoni d’amore a mano armata, Canzoni di vita Mala e i Grog. Forse il periodo più bello è stato quello degli anni ’80, perché eravamo giovani, belli, ed entusiasti. Potevamo permetterci di stare svegli 3 o 4 giorni di seguito in pieno “rock’n roll style”. Ne abbiamo combinate di tutti i colori. Devo dire che comunque ogni progetto mi ha dato delle bellissime soddisfazioni.

Magari chi ci legge vorrebbe anche sapere riguardo qualche momento esilarante “on the road”

Tantissimi viaggi, sbronze colossali, risse, furgoni incidentati durante gli spostamenti, strumentazione rubata. Con Piero Pelù gli aneddoti si sprecano. Specialmente in Sicilia. Se lo ricordano alcuni passanti, mentre dal tetto di un albergo lanciavamo un po’ di tutto, specialmente… materiale organico. Una notte brava con i Lord of the new Church, insieme a Stiv Bators. Avevamo praticamente occupato un albergo, svuotando i frigobar delle camere. Poi tutti nudi nella piscina e birra d’ordinanza. nell’acqua galleggiava di tutto. Poi ovviamente sono intervenuti i Carabinieri a riportare l’ordine. Bellissimi i ricordi di Londra, abbiamo suonato nei club più importanti della capitale inglese. Sono riuscito a lasciare la mia firma nel backstage del Marquee, a fianco a quella di Jimmy Page e quella di Keith Richards. Ricordi indelebili.

“Madre” era presente anche in “L’esercito del male”, come ti sei trovato dentro questa nuova versione?

Ha una nuova visione musicale. L’altra versione aveva certamente un piglio più epico, da ballad. La nuova invece ci ha portato in un territorio completamente diverso, a tratti molto trip hop, come detto poco fa. Gianni Maroccolo l’ha “colorata”, con il suo modo unico di suonare il basso. Gli arrangiamenti sono forse più vicini ai Massive Attack che all’Hard Rock. Io adoro tutte e due le versioni, proprio perché esprimono due mood differenti.

Tu sei sempre stato un artista fuori dalle righe. Quanto è rimasto della ribellione nel giro del Rock’n’roll?

Il rock come forma di ribellione si è spento da un bel po’ di tempo. Anche le band degli anni ’90 che si riconoscevano dal loro messaggio, parlo dei Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers, ma anche pezzi da novanta come Springsteen e U2, ormai fanno parte del mainstream, che ha comunque delle regole non scritte che impongono di non mescolare troppo le tue idee politiche con il business. Il business ha cambiato il rock ‘n’ roll per poterlo manipolare, snaturandone di fatto il suo senso intrinseco di ribellione e rivoluzione.
Se vuoi trovare qualcosa di genuino e di rivoluzionario, inteso come ideologia, devi scavare nell’underground musicale in Italia come all’estero. Noi Grog siamo, a mio avviso, in Italia, tra le pochissime band di denuncia, nel raccontare questo nuovo mondo che, al momento, non gira assolutamente bene. Raccontato ovviamente senza filtri e in assoluta libertà.

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