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Il nuovo libro di Giovanni Gelsomino parla di storie e drammi di chi vive in carcere

Se dovessimo ridurre tutto a due parole diremmo che questo è il libro del “buttare fuori”. Buttare fuori le emozioni: il dolore, le frustrazioni, la forza, la paura, ma anche il sollievo, l’orgoglio, lo stupore, l’amore… La noia. In questo libro si scrive di sé e ci vuole un grande coraggio per farlo con sincerità e trasparenza. Un anno e mezzo di lavoro. Ogni lunedì pomeriggio. E ogni volta la sfida si rinnovava. Spesso con dolore, perché di assenze abbiamo scritto. In carcere le assenze più leggere, come il desiderio di poter bere da una bottiglia di vetro, hanno un altro peso e, il peso, qualunque peso, ha un’altra bilancia. Scrivere di sé non è facile. Quando si scava accade, può accadere, di prendere la misura della profondità e raggiungere il punto in cui si vorrebbe tornare indietro.

 

Postfazione di Maria Anna Madeddu

Ammetto di non aver amato fin da subito l’idea di questo lavoro.
Ho infatti sempre vissuto l’autoreferenzialità declinata nel concetto del “carcere che parla del carcere” quale limite ed ostacolo a reali percorsi culturali di integrazione e nello specifico reintegrazione sociale. La conoscenza nata negli anni di esercizio del mio lavoro quale operatore del trattamento penitenziario mi da infatti certezza che la comunità penitenziaria sia risorsa per l’intero contesto sociale e come tale vada riconosciuta attribuendole competenza nel narrare e esprimere idee su tutti i temi che interessano la società nel suo complesso: politici, sociali, umani, relazionali, economici, istituzionali.
Non abbandono questa visione, certa che sia un alto obiettivo da perseguire con piena convinzione.
Mi ricredo però sul valore dirompente della lettura di questa opera.
Ho capito che il mio spronare a guardare oltre il carcere è un sentire e un’esigenza personale che non risponde alle esigenze più profonde di chi la detenzione la vive sulla pelle giorno dopo giorno, minuto dopo minuto.
Che per guardare seriamente oltre devi prima capire quello che vivi nel qui e ora e quando l’hai capito hai urgenza di comunicarlo. Che non basta che questo messaggio venga intercettato da chi ha il privilegio di entrare in contatto con questo mondo di impensabile, variegata e fantasiosa umanità, ma deve arrivare a tutti; quantomeno a tutti quelli che ne sono a vario titolo incuriositi, il tanto da prendere in mano un libro come questo. Che in questi mesi mi ha trasmesso – a me che credevo di conoscere il carcere! – emozioni, conoscenze, spunti di riflessione con cui senza tale sforzo non sarei potuta entrare in contatto, pur avendole probabilmente intraviste in altri momenti e occasioni del mio lavoro.
Grazie a Giovanni Gelsomino che ha unito alla sua intelligenza e competenza professionale la curiosità del bambino che non lo ha mai abbandonato, ma soprattutto la costanza, la serietà e la perseveranza che sole possono trasformare il genio delle intuizioni in un lavoro profondo e valido che vuole e sa comunicare intensità di vissuti e di pensieri.

E grazie soprattutto ai partecipanti di questo laboratorio perché hanno aderito all’inizio alla proposta di esprimersi (facile); hanno imparato negli anni di questo laboratorio ad esprimersi in gruppo e coralmente a intendere il contributo personale come parte per la realizzazione di un tutto più grande (tosto); credono oggi che tale possibilità di espressione possa essere veicolata con l’aiuto di chi rappresenta le Istituzioni (rivoluzionario).
Grazie perché attraverso questa esperienza crediamo insieme nello Stato, crediamo insieme in ognuno di noi.

 

 

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