FAVATA, MUSICA AI CONFINI DEL MONDO

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di Laura Fois 

Il musicista algherese si racconta dalle origini: «Poi ci fu un canto a tenores. Ecco, da lì ho iniziato»

 

Foto di Giulio Capobianco

 

Ha girato il mondo e suonato in ogni estremo del globo, ha una carriera trentennale e all’attivo diciotto album e quasi tremila concerti. Se dovesse fare un bilancio adesso, cosa direbbe di sé Enzo Favata e dove posiziona la sua musica quest’artista straordinariamente eclettico? Glielo abbiamo chiesto in quest’intervista esclusiva che il noto musicista di Alghero, di fama internazionale, ha concesso a City&City.

«Sono trent’anni che giro il mondo» racconta Favata con una punta d’orgoglio.«Quello che ho cercato in tutto questo tempo è stato lavorare a 360° con la mia esperienza musicale. Io venivo dal jazz, ho studiato profondamente John Coltrane e la sua straordinaria perfezione sonora, timbrica e tecnica. La cosa che mi ha stimolato di meno è stato partire dai modelli. Forse perché vengo dalla Sardegna, ma mi ha colpito l’idea di poter sviluppare un linguaggio unico o che comunque si rifacesse alle radici della musica etnica. Da lì son partito con una casualità direi piuttosto rara, per dire, percorro spesso la 131 (la strada che collega i due estremi dell’isola, ndr), anche perché sono cagliaritano da parte di mio padre, da tempo immemore. Da ascoltatore radiofonico, posso dire che c’erano molte più radio private tanti anni fa, un peccato averne perso tante. Seguivo, mentre guidavo, alcune concerti che davano nel pomeriggio, quando durante una trasmissione sentì degli interlocutori che parlavano in lingua sarda. Poi ci fu un canto a tenores, ecco, da lì ho iniziato. I miei bilanci non possono non partire dai miei inizi musicali. In tutto questo tempo ho potuto sperimentare e poi trovare una sorta di chiave di linguaggio, per lavori come Voyage en Sardaigne (1998), per esempio, che ha avuto un grande successo. Il bilancio è quindi soprattutto la soddisfazione di aver saputo costruire una musica originale e di esser stato precursore di alcuni umori e andamenti musicali che si son sviluppati dopo. Mi sono divertivo ad utilizzare la musica cosiddetta concreta, ho avuto la fortuna di suonare con tanti musicisti che conoscevo sui dischi, come Dino Saluzzi, il più grande maestro del bandoneon argentino. Grazie alla musica ho visitato città come Johannesburg, sono stato al Polo Nord, sono entrato, scortato, in una favela dove ho lavorato con dei ragazzi che suonavano le percussioni. Mi sono ritrovato in Marocco e anche nell’Africa Nera, quella equatoriale, ho visitato il Togo e il Ghana, due posti straordinari. Il viaggio per me è stato anche conoscenza e se la musica aiuta a conoscere se stessi, ma anche un po’ di più il mondo, forse allora viaggiare è stata una cosa buona per ciò che io ho prodotto».

 

Foto: Giulio Capobianco

È direttore artistico del Festival Musica sulle Bocche, un appuntamento ormai fisso in Sardegna e che attira musicisti da tutto il mondo. Cosa c’è in cantiere per il 2017 e quali sono le sue memorie più belle?

«Musica sulle Bocche è un festival effettivamente molto conosciuto. È nato in una maniera particolare, allora facevo uno dei miei concerti per Voyage en Sardaigne, che è stato uno dei dischi più venduti nell’ambito del world jazz e della world music alla fine degli anni novanta. La tournée era andata molto bene e noi eravamo un gruppo anomalo che suonava un sound molto originale, composta da un quartetto d’archi, dai tenores di Bitti, da launeddas e sassofoni. Una delle tappe era Santa Teresa Gallura. “Ma perché non facciamo qui il festival internazionale del jazz?”, mi proposero. È da diciassette anni che questo festival esiste grazie a una bella intuizione. Il nome Musica sulle Bocche è nato da una serata con amici guardando le luci della Corsica che si scorgono proprio da Santa Teresa. I miei ricordi più belli sono i concerti all’alba, le duemila persone che accorrono nella Valle della Luna dopo un percorso di trekking per ascoltare un concerto, i tantissimi giovani che abbiamo avvicinato al jazz. Nel 2016 abbiamo fatto anche dei numeri, sui social, da capogiro: 250mila visualizzazioni dei post, quasi un milione di visualizzazioni nella pagina Facebook di Musica sulle Bocche. Io credo che la nostra scelta di sposare l’arte con la musica e la valorizzazione del paesaggio ci abbia premiato. La convinzione che il paesaggio sia un bene che si deve mantenere per poterlo lasciare alle prossime generazioni ci ha fatto andare avanti ogni anno in questo progetto. In questi giorni lavoreremo al programma per il nuovo anno, che uscirà a breve».

 

Mulatu Astatke ed Enzo Favata. Foto di Ziga Koritnik

Viaggia spesso in Iran, può condividere con noi qualche aspetto di questa cultura e civiltà millenaria?

«Sono stato varie volte, in particolare a Teheran, che è una città piena di giovani e dal cuore occidentale. Quello che credo di aver percepito è che il popolo iraniano sia molto sensibile alla cultura, nonostante i divieti di utilizzare i social, anche se ormai ci son programmi che aggirano molti filtri imposti. Son stato il primo musicista europeo a suonare insieme a iraniani. Tutto è iniziato quando dei musicisti iraniani mi hanno scritto perché volevano conoscermi. Sono stato anche invitato al festival Fajr, il più grande evento dedicato al cinema e alla musica iraniano. Ho avuto anche il piacere di notare una frequentazione ai concerti davvero notevole».

 

Foto: Giulio Capobianco

Dove saranno i prossimi concerti? Qualche anticipazione di qualche suo prossimo lavoro/progetto?

«I primi di marzo ci sarà uno spettacolo in duo con il geologo Mario Tozzi sul mito di Atlantide, racconteremo storie in musica. Il mese di agosto lo dedicherò alla Sardegna, dove faremo una serie di concerti. Ricordo a proposito che porteremo anche I tramonti della Sardegna, una serie di concerti in un’ora speciale, che esporta il progetto di Musica sulle Bocche. Per il resto, usciranno vari dischi nel 2017. Il primo, in trio con Marcello Peghin e Salvatore Maiore, uscirà con un’importante etichetta straniera. In primavera ne uscirà un altro con il quartetto acustico Enzo Favata Inner Roads, col quale abbiamo davvero girato il mondo. Sto preparando anche un disco con Mario Crispi e lavorando a un progetto personale, per il quale passerò tutto il mese di gennaio e parte di febbraio in studio. Una grossa novità è che farò un tour in Giappone, dove debutterò per la prima volta. Di tutto questo sono felice, di essere riuscito a concentrarmi sulla musica, di aver potuto lavorare con un’idea futura delle cose».

 

Foto di Ziga Koritnik

Foto di Gabriele Doppiu

 

Foto di Stefano Pia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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