EDITORIA, ROBA PER POCHI ELETTI

Share Button

di Andrea Loi

L’editore del periodico di Porto Torres “In Città”: «La rivista è un appuntamento con me stesso»

Un lungo percorso professionale spalmato tra il desk e la strada, a caccia di notizie e storie da narrare. Una laurea in Scienze della Comunicazione con tesi “Giornalismo sulla carta e sulla Rete”. Varie passioni che spaziano dalla buona musica alla lettura, in particolare saggistica improntata sulla filosofia classica. Quando lo leggi hai l’impressione di ascoltarlo immerso negli abissi penetranti del suo essere autentico da cui partono vivide parole, che raccontano l’uomo e il giornalista. Carlo Eletti, indossando gli insoliti panni dell’intervistato, svela con generosità d’animo l’appassionante mondo di un uomo particolare dall’adolescenza travagliata e la devozione verso la sua creatura editoriale: il periodico mensile “In Città”. Distribuito a Porto Torres, quest’anno festeggia i suoi vent’anni di vita.

Grande traguardo, Carlo. Complimenti! Raccontaci questa bella avventura.

Grazie. Il 27 febbraio del 1997 presentai alla stampa il numero “zero” del mio giornale. Ricordo una giornata densa di tumulti e paure. Chiesi a me stesso fino a che punto avrei potuto dare continuità a questo progetto editoriale in embrione. Pensavo alla credibilità che avrebbero dovuto darmi gli inserzionisti e i lettori. Incominciai timidamente, per poi calarmi sempre più nel ruolo, fino a che ne assunsi piena consapevolezza. Sicché, mese per mese, il mio giornale strillava i suoi titoli in prima pagina, catalizzando l’attenzione dei lettori. Passai dalle sedici pagine iniziali a venti. Per poi chiudere la foliazione alle ventiquattro attuali. Dal bianco e nero alla quadricromia.

In Città è uno sfogo della tua personalità?

E’ il mio specchio. Un prodotto molto rappresentativo, tanto che ritengo non un lavoro ma una necessità. Un appuntamento con me stesso, rinnovato nell’impegno e nella convinzione.

Sei direttore ed editore. Chi prevale dei due?

Il direttore. La correttezza nei confronti di me stesso e dei lettori. Poi l’editore, che deve fare i conti col mercato.

Che linea editoriale segue il tuo periodico?

Attinge vigore dal filone contro informativo. Fluido dualismo tra la cronaca e il commento delle notizie, senza remore. Molto spesso nudo e crudo. Con orgoglio ho sempre considerato In Città una eco comunitaria, una voce fuori dal coro, al servizio della gente.

C’è un aspetto che fin da subito hai voluto sottolineare?

L’importanza della memoria del passato; essenziale per interpretare il presente ma anche per prospettare il futuro. La mia prima rubrica è stata “Amarcord”, dove da sempre trovano spazio le tradizioni locali, storie di uomini e luoghi. Il passato non è cristallizzato nella nostra mente, ma dà spunti a nuove vie. Certe notizie poi, di anno in anno, ritornano puntuali come un orologio.

Ti sei mai domandato come sia riuscito a raggiungere questo grande traguardo?

Certo. E la risposta giunge immediata senza lambire alcuna incertezza: era il mestiere che a tutti i costi intendevo svolgere. Le passioni hanno il potere di conferire continuità a ciò che più amiamo.

Nel 2017 l’ editoria può essere una voce credibile?

Oggi l’editoria soffre del fatto che le nuove generazioni sono protagoniste del linguaggio immediato del web. Ma Il giornalismo sulla carta non smetterà mai di esistere. Il suo fascino e il suo profumo aiuteranno sempre a prendere possesso della notizia.

Un giornalista deve avere una missione?

Sì. Deve veicolare emozioni. La scrittura è arte e come tale figlia di emozioni.

Riversi nel giornalismo il tuo sentire?

Tantissimo. Il nostro mestiere non è esclusivamente legato alla cronaca, in alcuni pezzi è fisiologico emerga una parte della nostra essenza tra le righe. Soprattutto se si trattano notizie o temi che più di altri sollecitano le nostre coscienze. Se il giornalismo è racconto mi emoziono. A volte fino alle lacrime.

C’è stato un momento in cui hai pensato di aver sbagliato strada?

Penso sia normale che in ciascuno di noi balenino dei dubbi rispetto a determinate scelte. Magari in quei periodi in cui pare vada tutto storto. Ma alla fine prevale la passione. Che come un’improvvisa folata di vento spazza via le incertezze. E ritorna la piena consapevolezza rispetto al percorso che si è deciso d’intraprendere.

È giusto che un giornalista reciti uno spartito?

Il giornalista deve dare al lettore ciò che desidera senza violentare se stesso. L importante è rispettare la partitura, il lettore e se stessi. E non cantare mai in play back.

Tra vent’anni di cosa parleremo?

Delle stesse cose che si rincorrono nel magico fluire del ‘panta rei’.

Pin It

Lascia un commento