DON GAETANO GALIA

DON GAETANO GALIA

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di Maria Fiori
© riproduzione riservata

I ragazzi? «Con loro si deve lavorare in maniera intelligente e, sembra banale, il segreto è provare a capire»

 

 

Le note di una fresca risata giungono, prima ancora del viso, a porre l’accento su una trasparente giovinezza che tutti vorremmo avere in dono.
Don Gaetano Galia, sacerdote, pedagogista, educatore, confidente, amico, ex calciatore, invade con la sua gioia misurata, mai oltre le righe, sempre vestita di quel tanto di riservatezza tipico di chi possiede la capacità di guardare oltre, di volere senza pretendere, di proporsi senza dominare, di amare anche i cuori aridi con la volontà di volervi scavare un pozzo.
Nel breve gioco di battute scherzose, Don Gaetano diventa l’esperienza scientifica che conferma quanto sia vero che un sorriso sincero possa aprire le porte dell’anima.

Foto: Giovanni Porcu

Don Galia sindaco e non se ne parli più.

(ride) L’importante nella vita è capire quali siano le nostre abilità ed io certamente non avrei quelle che servirebbero…
Non potrei fare il sindaco per ovvie ragioni, ma anche perché ho chiaro l’insegnamento sociale del Vangelo: accoglienza, non differenze e pluralismo come ricchezza.

 

Argomento del momento: flussi migratori e controversie con l’Europa.

La collaborazione con l’Europa serve, ma dovremmo abbassare un po’ tutti la cresta; considerare altre culture, altri esempi societari
e abbandonare il concetto di cultura dominante.Il numero di persone spaventa e questa paura non è stata intercettata per tempo; si sarebbe dovuti intervenire, proporre nuovi metodi.

E Sassari?

Sassari ha una buona tradizione di accoglienza; per oltre un trentennio ha convissuto serenamente con un buon numero di migranti. Continuiamo a coltivare questi valori.

 

 

Qual è la via che si potrebbe intraprendere?

L’empatia è fondamentale; basterebbe immaginare l’esperienza dell’altro per comprenderne le necessità – tutte Dawiniane – legate alla sopravvivenza. Si dovrebbe riconoscere all’Africa e all’Oriente la dignità anche culturale e lavorare su valori comuni. Fare accoglienza ma anche apertura. Ed in questa direzione ci si sta muovendo, pur nelle difficoltà.

 

E i valori religiosi?

Spesso entro in classe ed i giovani dicono Non ci parli di Dio. Parliamo di valori umani, dico allora. L’adesione alla fede è qualcosa di strettamente personale. Dobbiamo incontrarci, credenti e non credenti, sull’umano, sul povero, sulle necessità. A che cosa mi serve una fede se non ho anche le opere? Dice San Giovanni.

 

Forse si dovrebbe partire dai ragazzi; ma come si fa a parlar loro oggi?

Arrivai a Sassari nell’89 con destinazione quartiere Latte Dolce. Con i Salesiani e con i giovani restai 10 anni; portammo avanti un bel lavoro di prevenzione, di promozione di valori e attività che hanno salvato molti di loro. Con loro si deve lavorare in maniera intelligente: senza ricette, senza imposizioni, camminando con loro e vivendo insieme esperienze positive di bellezza e di volontariato. Quindi: ai giovani si parla col cuore! Sembra banale, però il segreto è provare a capire.

 

Quasi un rapporto genitore/figlio; è questo il tuo senso di famiglia?

Devo fare attenzione a non mostrare particolare affezione; di Don Bosco si diceva che volesse bene ad ogni ragazzo, che ognuno si sentisse amato come fosse il prediletto. Capita che i genitori stiano più vicini al figlio che ha più problemi e vengano fraintesi, ma l’affetto genitoriale è il medesimo per tutti i figli.

 

La tua vita di Cappellano in carcere richiede sicuramente doti particolari…

Servono passione e capacità di non giudicare chi ti sta davanti; occorre immedesimarsi per giungere alla comprensione.

 

I valori della società attuale sono gli stessi di una volta?

Sì, lo sono; da sempre l’essere umano ha una profondità interiore e un’immensità assoluta di cui ha estremo bisogno; i ragazzi, i carcerati… tutti hanno bisogno della spiritualità. I giovani fanno ricorso alla New Age, non danno importanza a Dio quanto alla giustizia sociale, all’uguaglianza, all’amicizia, alla solidarietà, alla famiglia. Anche la nuova famiglia, seppur riorganizzata, ha la medesima capacità di generare affetto. Credo nell’importanza di una regola di base che diventa valore e arricchimento per tutti.

 

A proposito di regole: si possono imparare in qualsiasi momento della vita?

Sì. Per i carcerati imparare valori e regole è fondamentale per il reinserimento sociale. Purtroppo ancora oggi il carcere è il luogo nel quale rinchiudere il disagio sociale. È quasi sempre incentrato sul metodo repressivo/punitivo.

Qual è oggi il senso del peccato?

È sicuramente diverso da quello di 50 anni fa: furto, scarsa considerazione dei genitori, falsità, oggi sono considerati solo mancanza di rispetto o violazione dei diritti. C’è chi vive ancora il peccato con un senso di colpa verso un Dio giudice severo, ma c’è chi ha imparato a cogliere in Dio la grandezza della sua misericordia. Questo consente di accettarsi nella fragilità in una prospettiva di speranza e in conformità col Vangelo. Che vuol dire Buona Notizia, Buona Novella.

 

Se non avessi fatto il prete cos’altro avresti voluto fare?

Non me lo sono mai chiesto! In ogni caso l’educatore sì.

Che consiglio di vita dai ai ragazzi?

Siate originali, fate attenzione a ciò che ascoltate, siate critici e contornatevi di persone significative. Finitela di fare le pecore, abbiate un vostro personale pensiero! Sono le parole del mio insegnante di filosofia, un pilastro della mia vita che ricorderò sempre.

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