Dolcetto o scherzetto?

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halloweenUna descrizione anticonformista della festa delle zucche

Fino a qualche tempo fa il primo giorno di novembre era per noi italiani la festa di “Ognissanti”.

Provate ora a domandare ad un bimbo il nome attuale di questa ricorrenza.

La risposta immediata sarà: Halloween!!

Questa festa nel nostro paese vive una recente popolarità, complice l’astuta operazione di marketing.

È diventata il “Carnevale d’autunno”.

Travestimenti, maschere e scherzi sono gli elementi principali che affascinano grandi e piccini, pronti a cogliere solo l’aspetto goliardico e esteriore di questo appuntamento.

Quasi tutti ignorano i valori simbolici e culturali originali della tradizione anglo-sassone, nata negli Stati Uniti, in Irlanda e Gran Bretagna.

Cominciamo dalla zucca intagliata: è il simbolo di questa festa, ed è altrove chiamata JACK O’LANTERN.

La leggenda racconta di un vecchio fattore così peccatore, che nemmeno il diavolo volle accogliere.

Dopo questo rifiuto, l’uomo intagliò una zucca e iniziò a vagare per il mondo in cerca di una fissa dimora.

Nei paesi anglosassoni la zucca non è semplicemente un ornamento da esporre fuori dalla finestra: ma è  – secondo una remota tradizione – l’oggetto che tiene lontani lontani gli spiriti vaganti per la città nella notte, tra l’ultimo giorno di ottobre e l’inizio di novembre.

I Celti celebravano la fine dell’estate e l’inizio del nuovo anno: e questo periodo non apparteneva al vecchio o al nuovo, ma era una sorta di limbo con una linea sottile tra i vivi ed i morti che tornavano per una sera sui luoghi abituali della loro esistenza.

Inoltre la tradizione di “TRICK OR TREAT“? (dolcetto o scherzetto?) – fatta dai bambini vestiti da mostri o streghe – deriva dal fatto che gli elfi e le fate presenti nella cultura celtica usavano fare scherzi pericolosi e terrificanti agli uomini dei villaggi.

Con il passare dei secoli nei paesi di lingua inglese la festa si trasformò nel momento dell’anno in cui era costume ricordare i morti.

Il termine Halloween deriva da “HALLOWS’ EVEN“: letteralmente “Sera di Tutti i Santi”.

Le usanze dei Celti non sono molto dissimili dalle usanze dei nostri paesi sardi, dove i bambini andavano in giro per le case a chiedere “SOS MORTOS MORTOS“.

Spesso l’offerta per i fanciulli era rappresentata  dai fichi secchi e dalle caramelle.

Anche nella nostra isola  – nella notte tra il 31 ottobre e il 1° Novembre – la tradizione vuole che il portone che trattiene le anime del purgatorio si apra e consenta agli spiriti dei trapassati di girovagare per le case, che un tempo erano di loro proprietà, o di visitare luoghi ai quali si sentono profondamente legate.

I bambini sardi vagavano vestiti di stracci per rappresentare le anime dei piccoli defunti.

Bussavano di porta in porta e domandavano una piccola offerta con cantilene variabili da località a località,: era l’obolo  per le sfortunate anime del purgatorio,  che in quella notte particolare meritavano un pensiero supplementare.

Halloween è una festa che non ci appartiene.

E’ solo un’abile e spregiudicata operazione commerciale che rischia seriamente di annientare la nostra profonda tradizione della COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI.

Questi riti intimi e mistici sarebbero sostituiti dal nulla.

Per una corretta consapevolezza culturale, sarebbe bene valorizzare e riscoprire la nostra vecchia e cara FESTA DEI MORTI, partendo soprattutto dalle scuole.

I nostri riti sono la cultura identitaria della Sardegna.

Esterofili come siamo, il confronto tra Halloween e “sos mortos mortos” non può reggere!

Molto meglio una festa travestiti da streghette o diavoletto, secondo voi?

È inammissibile che nelle nostre scuole – luogo primario deputato all’ insegnamento della cultura, – si ospiti la festa di Halloween e non si accompagni i bambini alla nobile riscoperta della festa dei defunti.

Le zucche ed i fantasmi non possono soppiantare i dolcetti, e le castagne, i fichi secchi e giocattoli.

È giunta l’ora di riappropriarci della nostra storia.

Ai genitori ed ai nonni lascio il compito di tramandare e tenere saldamente in vita queste tradizioni, raccontando le favole e i racconti che hanno sempre inchiodato alla sedia intere generazioni di bambini.

Il nostro mondo non deve essere colonizzato.

Vincenzo Mangione

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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