«IL CALCIO DI OGGI? BASTA ESSERE BUONI ATLETI»

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di Tino Tellini

Parla Costanzo Dettori, tra i più forti difensori sassaresi di tutti i tempi

Costanzo Dettori  nasce a Sassari nel quartiere di S.Giuseppe,  in via Torres. Un segno del destino: il nome di quella strada rappresenta un capitolo fondamentale della sua vita. Infatti diventa una delle colonne portanti della Torres. E lo sarà per molte stagioni . Da bambino è magro come un grissino, nemmeno tanto alto, ma velocissimo, con una grinta fuori dal comune. A 14 anni Costanzo viene prelevato dalla Torres. Sotto la guida del maestro Incerpi, inizia da mediano e brucia le tappe esordendo in serie C a Sassari nel 1966, contro l’Anconitana, disputando un’ottima partita. A fine stagione gioca ancora  contro i marchigiani, trasferito al ruolo di stopper – oggi chiamato difensore centrale – suo incarico definitivo per gloriose stagioni. Dalla prima squadra della Torres Costanzo non esce fino al 1972, quando decide di andare al Thiesi. In pochissimi riescono a fare gol a questo straordinario difensore dai nervi d’acciaio e dal cuore leonino. Quei numeri ‘nove’ che marca sono spesso il doppio di lui, ma Dettori li annulla col tempismo, la tecnica e la determinazione. E un’elevazione a dir poco prodigiosa. A fine carriera Costanzo passa all’ Ittiri in promozione, dopo un’altra parentesi, nel 1974, sempre in serie C con la Torres. Sempre acclamato dal pubblico. A soli 32 anni smette e comincia a dettare legge negli infiniti tornei aziendali sassaresi, dove continua ad essere lo spauracchio di tutti gli attaccanti. Costanzo Dettori è ancora notissimo a Sassari ed in Sardegna. A 70 anni non ha ancora perso quell’aria da Teddy Boy.

Costanzo, sei ancora ricordato come uno dei più forti difensori della Torres. Come facevi ad annullare quegli arieti imponenti, tu che sei alto 1,72 cm? 

Semplice, ero più veloce di loro e giocavo in anticipo. Per di più non mi facevo intimidire da nessuno.

 Ne annullasti anche di famosi. 

Beh! Uno in particolare. Giorgio Chinaglia, futuro centravanti della Lazio e della nazionale. Nel 1967, all’inizio della stagione, era in prova nella Carrarese. Proveniva dall’Inghilterra ed essendo molto alto e possente, non era in forma e non beccò palla. Anni dopo, quando diventò famoso, Chinaglia mi incontrò per caso a Pieve Pelago, dove erano in ritiro sia laTorres che la Lazio. Mi riconobbe subito e disse al suo amico Pino Wilson ,libero della squadra, rivolgendosi a me: “ guarda questo fuscello, anni fa, non mi fece vedere la palla. Meglio non trovarselo mai di fronte in un campo di calcio”. Poi prendemmo un caffè insieme e ci facemmo quattro risate.

Mi risulta che hai avuto anche richieste in serie A. 

Si certo. Ne ebbi una ad esempio dalla Spal, dove giocavano i vari Fabio Capello e Osvaldo Bagnoli, futuri grandi allenatori. Ma la Torres sparò grosso: 70 milioni più Bagnoli stesso. Ovviamente una richiesta troppo esosa.

Qualche rimpianto? 

Rimpianti no, perché so di avere dato sempre tutto. Certo, avrei potuto essere più fortunato e mi sarebbe piaciuta avere la possibilità di misurarmi nella massima serie. Ma, allora, per un sardo era tutto più difficile.

 I più forti giocatori con cui hai giocato? 

Ce ne sarebbero tanti. Ne cito tre: Vaiani, Petraz ed il grande Paolo Morosi.

Nel frattempo il calcio è cambiato? 

Decisamente. Ora è più veloce e per giocare basta essere solo dei buoni atleti. Prima c’era più tecnica e si marcava a uomo, non a zona. Anche per questo, oggi, gli attaccanti si trovano troppo liberi di segnare in area. Ai miei tempi non sarebbe successo. Ve lo assicuro! Parola di un grande mastino.

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