“COSIMA”, UN ROMANZO A PIÙ MANI

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di Sebastian Cocco

Assessore alla cultura del Comune di Nuoro

Frutti di un anno deleddiano

 

Nell’anno appena trascorso, la città di Nuoro ha celebrato Grazia Deledda nel doppio anniversario della morte (1936) e del conferimento del Premio Nobel (consegnato nel 1927, ma riferito al 1926) che ha consacrato la nostra concittadina sugli altari della letteratura mondiale.
Si è cercato di trovare il giusto equilibrio tra diversi momenti.
Quelli di  approfondimento letterario e scientifico si sono alternati a quelli di divulgazione dell’opera deleddiana, attraverso le iniziative rivolte alle scuole – una delle quali finalmente è stata a lei intitolata – dalle elementari col Bibliobus alle superiori, nel tentativo dichiarato di riconoscere ed esaltare nuovi talenti tra i giovani studenti.
Altri eventi si sono concentrati sulla memoria del periodo in cui la Deledda visse: perchè la sua grandezza è legata indissolubilmente al contesto di provenienza, a quegli inizi del ‘900 che per la Sardegna, e segnatamente per Nuoro, significavano arretratezza, miseria, diseguaglianze, emarginazione, ma anche un sistema valoriale molto forte. Si è dato spazio anche all’arte visiva e alla musica, perchè Grazia amava entrambi; quanto alla musica, lei era affezionata non solo a quella dei canti della sua terra ma anche a quella cosiddetta colta, che la portò a comporre delle liriche.
Alle iniziative dell’amministrazione si sono aggiunte quelle dei privati, segno di un fermento e di un amore per la figura di Grazia che in data di oggi, novant’anni fa, ha portato la Sardegna e la nostra città alla ribalta del modo.
Lasciandoci un messaggio potente: essere una isola non significa essere ai margini del mondo ma significa essere sè stessa un mondo, che va vissuto, amato e raccontato.
Enfaticamente, si dice che abbia solcato il mare dell’indifferenza e del pregiudizio; questo è il senso della foggia della statua bronzea scolpita dal Maestro Pietro Costa e che abbiamo voluto installare alle porte del rione di Santu Predu, dove Grazia nacque e ora, simbolicamente, ci invita a scoprire.
Insomma, è stato un anno davvero intenso di relazioni e di confronti, di gratificazioni e di entusiasmo, di suggestioni, di scoperte e di fascino.
Ho tratto anche alcuni insegnamenti: occorre avere l’umiltà di ascoltare tutte le proposte, anche quelle che, a primo acchito, appaiono fuori asse; che le energie, pubbliche e private, che si sono sprigionate in quest’anno devono essere convogliate verso un obiettivo più alto che faccia crescere la consapevolezza di avere grandi prospettive per la nostra comunità; che Nuoro non può vivere (e morire) di presuntuosi individualismi, ma fare squadra per un obiettivo e una visione comune, che apra le porte della città al resto del mondo.
Questo obiettivo e questa visione deve essere la candidatura di Nuoro a Capitale della Cultura.

di Giambernardo Piroddi 

Lo studioso Dino Manca licenzia la prima edizione critica dell’opera postuma 

 

Ritratto di Alessandro Tamponi

 

Tra le novità editoriali riguardanti Grazia Deledda, un posto d’eccellenza spetta alla prima edizione critica del romanzo postumo “Cosima”, curata da Dino Manca, docente di Filologia italiana all’Università di Sassari, di recente edita dalla casa editrice sassarese Edes nella collana ‘Filologia della letteratura degli italiani’. Un importante lavoro filologico che si aggiunge alle prime edizioni critiche da lui curate uscite qualche anno fa: “Il ritorno del figlio”e “L’edera”, mentre quella di Elias Portolu è in corso di pubblicazione.

Come comincia la storia del manoscritto di Cosima?
Dopo qualche settimana dalla morte della Deledda, nel 1936, il primogenito Sardus trovò in un cassetto della sua casa un autografo di 277 carte, senza titolo e senza la parola «fine»: un elaborato inedito con memorie romanzate della madre sul periodo nuorese, una sorta di schermata autobiografia tradotta in finzione letteraria, in una narrazione di sé fatta in terza persona.

Dopodiché dove approdò?
Fu consegnato un blocco di cinquanta carte alla redazione della rivista Nuova Antologia, affinché l’inedito manoscritto potesse essere nella disponibilità del redattore capo, Antonio Baldini. La rivista, dopo significativi interventi correttori, iniziò la pubblicazione a puntate. Nel maggio del 1937,
ulteriormente riveduta e corretta, l’opera uscì per la casa editrice Treves.
Da quel momento il testo conobbe vicende ed evoluzioni diverse.

Attualmente l’autografo dove è conservato?
Presso la biblioteca dell’ISRE, Istituto etnografico regionale, a Nuoro. Non reca né firma autografa né data.
Il fatto che si tratti di un’opera pubblicata postuma ha in qualche modo influito sullo studio della stessa?
L’ assenza di una redazione conclusa e definitiva è diventata un’occasione preziosa per sorprendere evoluzioni rivelatrici della scrittura
deleddiana.

Quali, in sintesi, i risultati dello studio del manoscritto?
Dopo un’attenta analisi sono giunto alla conclusione che vi siano stati, in tempi diversi, gli interventi di almeno tre mani sul testo: della Deledda, del figlio Sardus e di Baldini. Ad esse hanno corrisposto strumenti scrittori diversi. La portata e la qualità dei loro interventi sul testo cambiarono e non di poco l’identità primitiva dello stesso. Il lavoro editoriale non si limitò soltanto alle sviste ma spesso si estese agli aspetti sostanziali con revisioni spesso arbitrarie.
Qualche esempio concreto?

Alcuni interventi censori: attenuazioni, eufemizzazioni, vere e proprie espunzioni, che andarono a mitigare una certa crudezza del racconto e alcuni chiari riferimenti a situazioni, fatti, persone, comportamenti considerati sconvenienti e inopportuni: allusioni o richiami espliciti alla sessualità, all’alcolismo del fratello Santus, ad atti di violenza, a furti, omicidi, nomi di banditi.

Questo lavoro su Cosima rappresenta una novità nel panorama degli studi deleddiani?
Per la prima volta viene proposta
l’edizione critica del romanzo: ovvero un lavoro compiuto che si caratterizza per la descrizione del manoscritto e la ricostituzione del testo nella sua forma originaria.

Può dare una definizione breve ma esaustiva di questo romanzo?
Può essere considerato senz’altro il suo romanzo-testamento, l’opera della rivisitazione e della riappropriazione insieme, de sa recuida, del ritorno con la memoria a Itaca, al cordone ombelicale mai reciso con la Madre Terra, a un sentimento del tempo, quello dell’infanzia e dell’ adolescenza, irrimediabilmente perduto. Un recupero che finisce con l’inglobare, secondo la dinamica dei centri concentrici, la memoria familiare, sociale e storica di Nuoro.

 

 

Foto: Dino Manca

 

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