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Il nobile “Discorso alla nazione” di Ascanio Celestini è vero teatro

Un grande evento per la città. Ascanio Celestini e Marco Paolini sono molto più che due abilissimi affabulatori e monologhisti, capaci di estrarre dalle viscere della storia un fatto inquietante, una tragedia di casa nostra, una condizione dello spirito, e trasformarla in una riflessione a voce alta. La coscienza civile di un popolo si costruisce anche attraverso l’ascolto di queste pagine scelte di teatro e cultura, impegno democratico ed amara analisi del mondo, che ci riguarda e che lentamente ci divora.

Il primo ha fatto tappa al Teatro Verdi con il suo magnifico “Discorso alla Nazione”, che è un omaggio alla patria. Ascanio Celestini è uno dei maggiori attori e drammaturghi della nuova generazione, e vanta riconoscimenti autorevoli come il Premio Gassman ed il Premio UBU, il Premio Flaiano ed il Premio Govi per il suo lavoro. Dopo gli studi universitari in antropologia, Ascanio ha conosciuto la folgorazione del palcoscenico con i primi passi dedicati al mondo degli antichi comici dell’arte e le riletture dantesche, più tardi diventate essenziale humus delle performance di Roberto Benigni. Il suo bellissimo “Cicoria” lo svela alla critica italiana: un dolce e malinconico apologo di un viaggio da Roma a Foggia di due uomini del popolo, nel corso del quale riscoprono il sapore dei cibi poveri. Lo spaccato introspettivo e doloroso di una civiltà perduta, e spogliata dalle speculazioni immobiliari e dalle periferie industriali: un tardivo omaggio alla visionaria e lucida intuizione di Pier Paolo Pasolini. Al suo attivo, Celestini annovera altri importanti rendiconti creativi come “Radio Clandestina” del 2000, dedicato alla tragedia delle Fosse Ardeatine; ed il corposo “Fabbrica”, che narra con rigore storico il romanzo della classe operaia dalle lotte alla fine del XIX secolo alle dismissioni dei giorni nostri, in nome della globalizzazione.

Ed ora il “Discorso alla Nazione”, presentato a Sassari la sera del 21 novembre come atto primario della rassegna di danza e teatro contemporaneo “Marosi di mutezza – Teatri in via di estinzione“: quattordici appuntamenti, divisi anche con gli spazi del Palazzo di Città ed il Ferroviario. In questa nuova fatica l’autore dichiara di proporre uno studio: una sorta di embrione in novanta minuti dello spettacolo che ha in mente. E poi comincia la requisitoria aspra e divertente. Il primo impatto stordisce nella geniale idea di fare riascoltare le voci gelide e ciniche dei primi leaders evocati dal monologo: Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi, Sergio Marchionne e l’ayatollah Khomeini. Una sorta di spietato catalogo della comunicazione tesa alla difesa di un sistema oligarchico, e falsamente disposta alle istanze popolari. Poi la narrazione di Ascanio Celestini si fa calda, e si apre come un estuario al mare della quotidianità smarrita e precaria.

In questo disarmante conversare con il pubblico il protagonista si confessa dubbioso sulla nuova sinistra, incline al razzismo ed al machismo, alla pruderia di certo mondo cattolico ed ai privilegi borghesi. Le dinamiche caustiche ed intellettuali di questo bestiario riformista induce Celestini al paradosso sferzante dell’attesa di un Belusconi di sinistra: gli italiani sognano tutti il dittatore ed il balcone di Palazzo Venezia, perchè la nostra storia di centocinquant’anni palesa l’istinto collettivo di attrazione verso i nuovi padroni, siano essi i Savoia o Benito Mussolini, la Democrazia Cristiana o Forza Italia. Il monologo presenta una sorta di condominio post-apocalittico, dopo la guerra civile ed il flagello di una pioggia incessante. Il senso di inutilità e la frustrazione scatenano i peggiori istinti: il killer casuale ed il cecchino solitario, l’altezzoso padrone dell’attico e la casalinga indifferente che domanda al portiere la rimozione di un ingombrante cadavere dal proprio ingresso. Il nuovo dittatore – modi spicci e look Anni Settanta – si presenta con il nuovo programma, apparentemente aperto alla gente. Ma tutto è immobile, ed i sogni di un Antonio Gramsci sono utopie di una sinistra allo sbando: resta una canzoncina da avanspettacolo, che chiude la brillante prova del grande attore romano e lascia meditare sulla natura di questo popolo incline al mito dell’uomo forte.

Una grande lezione di teatro e psicologia, nell’apatia di questi anni.

 Alberto Cocco

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