Blitz al manicomio di Sassari, adulti e bambini condannati a vivere in un girone infernale/7

Blitz al manicomio di Sassari, adulti e bambini condannati a vivere in un girone infernale/7

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Nel marzo del 1972 all’Ospedale psichiatrico di Sassari era in corso da oltre un mese l’agitazione del personale contro l’amministrazione provinciale da cui l’ospedale all’epoca dipendeva. Mi era stata segnalata nella struttura di Rizzeddu l’esistenza di una situazione infernale. All’epoca lavoravo a Sassari Sera e con Pino Careddu decidemmo che dovevamo occuparcene. Insieme ad un fotografo free lance discutiamo la strategia da seguire per entrare all’Ospedale psichiatrico senza essere scoperti.

Quella che segue è una sintesi del reportage, corredato di foto sconvolgenti, che occupava due pagine di Sassari Sera, allora in formato lenzuolo, come il vecchio L’Espresso.

“Lasciamo l’atrio e apriamo la porta di quello che viene chiamato il 3° uomini. Entriamo in un locale vastissimo. Decine di pazienti stanno seduti, altri passeggiano. Sono maniaci sessuali, sifilitici, alcolisti. Due di loro tengono per mano due bambini. Avranno si e no sette, otto anni. Uno ha la parte inferiore del corpo nudo. Qualcuno lo fa cadere e si prepara ad andargli sopra mentre un altro applaude. Come è possibile, ci chiediamo, che questi bambini vivano insieme a pazienti adulti senza subire le loro violenze e senza correre il rischio di contrarre malattie? Con quali criteri sono stati ricoverati nel 3° uomini? Ci dicono che provengono da alcuni istituti religioni e sono pericolosi per sé e per gli altri.

“E’ difficile credere che bambini di questa età, deboli e denutriti come ci sono apparsi possano essere pericolosi. Alcuni sono scalzi oltre che seminudi. Quale sarà il futuro di questi poveri bambini costretti a vivere in un ambiente in cui l’esistenza è già atroce per gli adulti? Se è vero che nel tentativo di recupero di una persona, la cui psiche non è irrimediabilmente compromessa, un ruolo importantissimo lo svolge l’ambiente in cui la persona viene curata, come potranno essere salvati questi bambini che vivono in promiscuità con pazienti adulti, di cui spesso devono subire passioni e manie?”. Dopo la pubblicazione dei servizi su Sassari Sera e su L’Espresso si mossero tutti, compresi quelli che sapevano bene cosa accadeva dentro “la fabbrica della follia” ma non avevano ritenuto di doverlo denunciare. Nessuna autocritica naturalmente ma solo qualche tentativo di giustificazione: “Le condizioni di degrado dell’Ospedale psichiatrico sono note a noi come a voi” ci dice il direttore dell’epoca. “Occorre una legge che ci consenta di lavorare in modo differente e con metodi più moderni e ambienti più confortevoli per i pazienti”. Il paginone pubblicato sul periodico sassarese è stato esposto anni dopo in una bella quanto struggente mostra fotografica all’interno dell’ormai ex Ospedale psichiatrico. Per non dimenticare.

Negli anni novanta il grande complesso manicomiale di Rizzeddu, otto palazzine distribuite su quattro ettari di terreno, è stato completamente ristrutturato dalla Asl n.1. Le prime due palazzine rimesse a nuovo sono diventate accoglienti strutture residenziali che accolgono i pazienti e le loro attività. In città è stata presa in locazione una casa famiglia dove i pazienti più autonomi, seguiti da personale della Asl, vivono la loro vita in quella società che li aveva esclusi, impegnati in diverse attività, artigianali e creative. Per diversi anni ha operato con buoni risultati anche un’associazione teatrale di cui facevano parte ex ospiti dell’Op e alcuni educatori. Gli altri edifici ospitano diversi servizi amministrativi della Asl. Proprio all’ingresso dell’ex Op c’è una villa in stile liberty. E’ la casa della memoria, il museo storico dove nel 1997 Maria Rosaria Lai e Maria Luisa Di Felice della Soprintendenza archivistica per la Sardegna hanno cominciato l’enorme lavoro di ricostruzione della storia documentale di ogni paziente, raccogliendo le cartelle cliniche e un’infinità di registri che la burocrazia dell’epoca imponeva, tra i quali il “Libro dei valori”.

Sulle pagine di quel libro l’economo annotava i valori, contante e gioielli, che i pazienti erano obbligati a consegnare all’atto del ricovero. I poveri beni degli ospiti venivano custoditi in uno scaffale a nido d’ape con sotto il nome del proprietario. Le preziose funzionarie della Sovrintendenza, che hanno lavorato con impegno e grande sensibilità, hanno deciso di conservare quanto era nella disponibilità dei pazienti in 428 sacchetti di tela. Una forma di doveroso rispetto per quelle persone la cui dignità e i cui diritti sono stati colpevolmente calpestati. Attualmente tutto questo materiale è stato trasferito nella palazzina che ospita il servizio di Igiene pubblica in attesa di portarlo in locali più idonei, all’interno dell’ex Ospedale civile di Piazza Fiume, sede della direzione generale dell’Ats, dove già si trova la biblioteca storica dell’ospedale Santissima Annunziata.

Un po di storia. L’ospedale psichiatrico di Rizzeddu venne inaugurato nel 1904 su un’area messa a disposizione nel 1897 dall’amministrazione provinciale. Poteva contenere fino a 1200 pazienti provenienti da tutta la provincia. L’attività proseguì fino al 1998, anno della chiusura per gli effetti a lungo termine della Legge Basaglia, dal nome dello psichiatra di Trento che aveva condotto anni di lotta contro “le fabbriche della follia” teorizzando una psichiatria moderna, rispettosa dei diritti dei pazienti. La sua battaglia si concluse con l’approvazione della legge nazionale n.180 del 1978 che tra le altre cose decretava la chiusura dei manicomi e la cancellazione della parola follia. Franco Basaglia morì due anni dopo a cinquantasei anni.

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