AUSCHWITZ E SHOAH: DUE PAROLE CHE NON DIMENTICHEREMO MAI

AUSCHWITZ E SHOAH: DUE PAROLE CHE NON DIMENTICHEREMO MAI

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LA PAGINA DEL LIBRO DELL’UMANITÀ CHE RACCONTA IL CAPITOLO PIÙ BRUTTO DELLA STORIA

I fascisti e i nazisti hanno dimostrato per tutti i secoli a venire quali insospettate riserve di ferocia e di pazzia giacciano latenti nell’uomo dopo millenni di vita civile, e questa è opera demoniaca.

Primo Levi

Il Giorno della Memoria, o la Shoah.

Un giorno in due sensi: brutto, perché quello che apparve dietro i cancelli di Auschwitz quando furono abbattuti era peggio dell’inferno. Bello, perché finalmente, il 27 gennaio, le Forze Alleate liberarono Auschwitz dai tedeschi. In quel giorno, il mondo si rese conto di tutto quello che era successo, dello sterminio in tutta la sua realtà. Il Giorno della Memoria è un atto di riconoscimento di tutta la storia: come se tutti, in quel giorno, potessimo affacciarci ai cancelli di Auschwitz, oltre la scritta «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), e riconoscere tutto il male che è stato, fino a dove la ferocia e la pazzia umana possono arrivare.

Shoah: parola ebraica che significa catastrofe, che ha sostituito il termine olocausto usato in precedenza per definire lo sterminio nazista. Termine pesante, duro, che però non rende ancora quello che realmente è stato lo sterminio di sei milioni di persone; è il frutto di un progetto di eliminazione di massa senza precedenti, ne paralleli. Lo sterminio del popolo ebreo venne deciso in base al fatto che un ebreo non aveva diritto alla vita, una forma di razzismo puro e radicale: non in base a ragioni espansionistiche o per una strategia politica. Solo in base alla superiorità di una “razza” umana piuttosto che un altra.

Ci sono stati molti genocidi sul pianeta terra, forse troppi, e molti ancora in corso, ma mai, nella storia, si è visto progettare a tavolino, con intensa freddezza e determinazione, come se si stesse giocando una partita a Risiko, lo sterminio di un popolo. A partire dalle forme di eliminazione, le più rapide come le camere a gas e le più lente come lo stretto digiuno e disidratazione, per arrivare agli esperimenti effettuati sui prigionieri. Un sistema di morte studiato nei minimi dettagli.

Il campo di concentramento più conosciuto: Auschwitz

Auschwitz è il nome tedesco di Oswiecin, una cittadina situata nel sud della Polonia. La metropoli della morte: c’erano camere a gas, forni crematori, campi di lavoro per chilometri e chilometri, baracche dove i prigionieri aspettavano rassegnati il momento in cui sarebbe arrivata la loro morte. Il loro arrivo ai campi era stivati in treni merci, senza finestrini; venivano fatti scendere, selezionati, e chi non era “idoneo” veniva portato immediatamente alle «docce» (camere a gas). Solo ad Auschwitz sono stati uccisi un milione e mezzo di ebrei.

I prigionieri venivano riconosciuti tramite un numero di matricola cucito all’altezza del torace, e sulla cucitura esterna nella gamba destra dei pantaloni. Al numero era associato un simbolo colorato, che identificava la categoria del detenuto:

  • Una stella a sei punte di colore giallo identificava i prigionieri ebrei;
  • Il colore rosso identificava i prigionieri politici e i religiosi cristiani;
  • Il verde identificava i prigionieri criminali comuni;
  • Il colore nero identificava i cosiddetti “asociali”;
  • Il blu identificava gli emigranti;
  • Un triangolo di colore viola identificava i Testimoni di Geova;
  • Un triangolo di colore rosa identificava i prigionieri omosessuali;
  • Il colore marrone identificava i prigionieri Rom e Sinti;
  • Un triangolo di colore verde appoggiato sulla base identificava i prigionieri assoggettati a misure di sicurezza, dopo che avevano scontato la pena loro inflitta;
  • La lettera “E” prima del numero di matricola identificava i detenuti “da educare”;
  • Un cerchietto di colore rosso recante la sigla “IL” identificava i prigionieri ritenuti pericolosi o sospetti di tentare la fuga;
  • Un cerchietto di colore nero identificava i prigionieri della “compagnia penale”.

Perché ricordare e commemorare?

Ricordare per non ripetere. Il Giorno della Memoria non deve rendere gli altri genocidi meno importanti, ne tantomeno vuole rendere uno stretto omaggio alle vittime: vuole essere piuttosto una presa di coscienza collettiva, la consapevolezza di quel che è accaduto, di quanto l’uomo possa essere capace. Fatti accaduti in un passato non molto lontano da noi, che non devono più accadere, anche se nella civile e illuminata Europa, milioni di persone hanno permesso che accadesse.

I deportati sardi

Ci furono anche dei deportati sardi. Protagonisti di una tragedia che si pensava non avesse visto la presenza di sardi, i deportati furono circa 250. 69 erano nati nell’attuale provincia di Sassari, 53 in quella di Cagliari, 22 in quella di Nuoro. 91 di loro morirono nei campi: 30 a Mauthausen, 9 a Buchenwald, Dachau e Dora, 7 a Flossenburg.

Gli “ebrei sardi” furono tre, e tutt’e tre donne:

  • Elisa Fargion, nata a Cagliari nel 1891 e deportata Birkenau, uccisa con il marito non appena arrivarono al campo (tra l’altro, trasportata con lo stesso convoglio che portò anche Primo Levi).
  • Zaira Coen, maritata a Ignazio Righi e divenuta “sassarese acquisita”, portata nella camera a gas anch’essa non appena arrivata ad Auschwitz, assieme a sua sorella.
  • Vittoria Mariani, portotorrese di nascita, arrestata con tre sorelle e un fratello, e fortunatamente uscita viva dall’orrore di Bergen Belsen.

Gli altri “ebrei sardi” arrivarono nei Lager per i motivi più disparati e da luoghi tutti diversi. Arrestati principalmente in alta Italia dove erano emigrati per cercare lavoro, per motivi strettamente politici, come “nemici del fascismo” o perché facenti parte alla lotta partigiana.

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