ARGENTIERA, LUOGO DELL’ANIMA

ARGENTIERA, LUOGO DELL’ANIMA

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   di Giovanni Dessole

Ritratto storico ed emozionale di un sito magico

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L’Argentiera, un posto dell’anima.
Un posto in cui, oggi, non si arriva per caso.
Ci devi andare con il chiaro intento di arrivare, all’Argentiera. Segui le indicazioni, scollini e ti ritrovi al cospetto di un piccolo universo compreso fra cielo, mare e roccia. La Nurra, il Nord Ovest dell’Isola. Un mondo che si sviluppava sotto terra, là dove i minatori cercavano il riscatto, la salvezza, forse solo la dignità di chi fatica, respira polvere, rinuncia al sole ma vuole vivere, sopravvivere e sostenere la sua famiglia.

Roccia che luccica d’argento quella dell’Argentiera, e che racconta una lunga storia di lavoro, di Sardegna e sacrificio, di speranza, rinascita e innata bellezza. Roccia piegata dal fuoco, dall’acqua e dal piccone mosso senza sosta dai muscoli dei minatori, poi dal brillare delle mine, quindi dall’avanzare della tecnologia di settore. Oggi l’Argentiera è un borgo “fantasma”, dicono alcuni dando al luogo un’aura di mistero che si fonde al sentimento di solitudine che le case, la vecchia miniera e il mare alimentano passando per lo sguardo. Ci sono i resti delle abitazioni dei minatori, la casa del direttore.

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Ci sono i pozzi (del Podestà, dell’Alda) e le strutture di un villaggio che fra officine e fonderia, asilo, cinema, cappella e dopo lavoro viveva una quotidianità trascorsa a ricercare il minerale più prezioso, utile, funzionale al sostentamento di tanti, all’arricchimento di pochi. La legge del lavoro, immutata nel tempo e troppo spesso applicata. La strada dell’uomo che incrocia quella della natura, a pochi chilometri dalla città di Sassari, a pochi metri da un mare ricco e avvolgente.

Quel mare su cui con lo scorrere degli anni s’è affacciato il cemento, che ha nascosto rifiuti d’un agire che sperava di portare ricchezza, e che spesso invece impoveriva, minando lo stesso essere del luogo.
Nella roccia, sotto terra, c’erano rame, ferro e piombo. Rocce scistose risalenti ad oltre 300 milioni di anni fa, scrigni apparentemente impenetrabili diventati opportunità. E l’immaginario di chi ha meno di mezzo secolo si mette in moto, appoggiandosi a ciò che resta delle gallerie e dei piloni lignei che le sorreggevano.
Ma la storia non inizia nel secolo scorso. Le miniere dell’Argentiera attirano i romani, poi anche i pisani. Si risale sino al 1131, ad un antico passato in cui montagna e filone minerario furono scoperti, addirittura raccontati – era il 1838 – dallo scrittore Honorè de Balzac, il cui incontro con l’isola, con la sua gente, con la miniera non fu facile, duro, a tratti complesso, molto complesso. Ai primi del ‘900 il naufragio del Warrior è tristenota grigia sull’acquerello a tinte argentee, episodio che lascia il segno nella memoria e sui fondali di San Nicola.
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La miniera è la protagonista assoluta. Passa di mano in mano, fra miriadi di gallerie scavate, concessioni e passaggi di proprietà, certificati nel dettaglio a partire dal 1867: dal 1895 il sito viene gestito senza interruzioni dalla “Correboi” sino al 1963, l’anno della chiusura. Penetrare a fondo nella roccia, confrontarsi con l’aria rarefatta, il buio e la logistica, comporta rischi che spesso prendono forma di infortuni, arrivando sino alla morte. Maestrale, incendi e guerra (stop delle spedizioni e crisi della mano d’opera) sono aggravanti che non fiaccano, ed anzi stimolano l’ingegno umano a caccia di soluzioni possibili.

Ma la situazione è tutt’altro che facile, primo e secondo conflitto non aiutano, gli infortuni, mortali, sono macigni che soffocano respiro e ambizione. Al tutto s’aggiunga l’incertezza legata alle risorse ancora disponibili nel sottosuolo. Futuro nebuloso per l’Argentiera, che però fra gli anni ’40 e ’50 riprende ad essere viva grazie all’intensificarsi delle attività. Un fuoco fatuo, una luce lontana in fondo al tunnel che si affievolisce a inizio degli anni ’60. Il rapporto costi benefici lascia poco spazio all’immaginazione e nel 1963 la società Correboi rinuncia alla concessione: l’Argentiera smette di essere miniera, diventa luogo simil leggendario,
malinconicamente affascinante, bello. Il recente passato e il presente dell’Argentiera scorre come una pellicola di celluloide: colori seppia, sfumati, che fanno intravedere quel che è stato. Un decadimento post industriale che nasconde però qualcosa di poeticamente attraente.
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L’idea è quella che riporta al tempo che fu, che nelle facciate degli edifici, nella loro disposizione attorno alla vecchia miniera, nei colori del mare che persiste come unico testimone di un’epopea nata e conclusa in una piccola e significativa porzione di Nurra, mostra allo sguardo i segni del tempo, del lavoro, di un’opera portata avanti sino ad esaurimento, della risorsa forse, e della volontà dell’uomo.
Fare un tuffo nelle acque dell’Argentiera significa tuffarsi in un passato che non sfugge. Passato fatto di  macerie dal valore immenso, riqualificate in parte, riportate a nuova vita ma mai in maniera definitiva.

Quel borgo in riva al mare diventa così un luogo dell’anima. Luogo in cui ci si perde a guardare l’orizzonte, con alle spalle il poetico decadimento della struttura, le sue storie crude e dense di verità, e un panorama che toglie il fiato perché è unico, particolare. L’Argentiera è parte del parco geominerario, storico e ambientale dell’isola. È meta dell’estate alternativa, è porto sicuro per chi da sempre l’ha vissuta e conosciuta, ed è capace di catturare l’interesse e l’attenzione di chi, per puro caso o semplicemente seguendo una cartina, scollinando, si trova davanti un qualcosa di sospeso nel tempo. Una dimensione in equilibrio in cui l’opera dell’uomo, con il passare del tempo, si è fusa al paesaggio, fa parte del paesaggio.

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L’Argentiera diventa sceneggiatura ideale per il cinema, meta degli appassionati di trekking e scenografia naturale di tante manifestazioni culturali che associano il loro nome al luogo e al suo fascino. Il festival letterario “Sulla terra leggeri” sceglie quella sabbia, quelle pietre e quegli spazi come dimora per il suo essere. All’Argentiera arrivano grandi autori, grandi personaggi come il presidente del Senato Pietro Grasso. Ha un tocco in più l’Argentiera, che rende magico e speciale ogni incontro, dibattito e spettacolo. Basta accomodarsi sulla spiaggia, aspettare il tramonto dopo una lunga giornata d’estate, magari con della musica d’accompagnamento che accompagni il passare dal tramonto al buio.

Suggestioni, che però cozzano con una logistica complessa, che impedisce di rendere fruibile per 365 giorni all’anno il sito minerario. Le opere di messa in sicurezza hanno portato il cemento all’Argentiera. L’Argentiera è da tempo una delle priorità dell’Amministrazione comunale sassarese: un quadro pronto ad essere incorniciato ma ancora in cerca d’autore. Un autore capace di rivitalizzarla, di dotarla di servizi e strutture indispensabili per trasformare una meta occasionale in un luogo di richiamo. In tanti però la accettano così, l’Argentiera. Un malinconico, decadente ed accogliente Posto dell’Anima.
Nel senso più profondo del senso e del termine.

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